Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

domenica 19 marzo 2017

Il collezionista di briciole



Pubblicato il romanzo Il collezionista di briciole, per Edizioni Scudo, scritto - con grande fatica - in circa sei anni.
Nelle pagine di Amazon e di Lulu dove sono in vendita l'edizione digitale e cartacea, si può leggere una breve sinossi.
Grazie a Giorgio Sangiorgi e a Luca Oleastri, editori ed illustratori.
E grazie a chi si cimenterà nella lettura.






martedì 5 agosto 2014

Scacco matto


Toccava a lui. Avevo sulla mia sinistra un pedone e poi un cavallo, ed io ero sulla linea d'attacco del Re, due case oltre. Il Re, chiuso nell'angolo, era alla mia portata. Se muoveva in verticale sarebbe stato alla portata del cavallo, se muoveva in orizzontale avrebbe subìto l'attacco del pedone; se muoveva in diagonale, sarebbe toccato a me. Scacco matto!

Ero stato piuttosto bravo, a quanto pare, ciò che dovevo fare era chiaro e semplice. 
A dire il vero non ricordavo molto altro. Per dire, non ricordavo quasi nulla di quello che era accaduto fino a quel momento, né quanto tempo era passato dall'inizio della partita.

Non riuscivo a mettere a fuoco i volti della mia famiglia e dei miei amici, quando avevano scelto me per giocare, avevo rimosso le parole che avevano pronunziato per sottolineare l'importanza della partita; solo vagamente, si affacciavano sulla soglia della coscienza le lacrime, la tensione, la paura che li dominava mentre mi accompagnavano alla porta del Palazzo, di accecante avorio contro il nero cielo profondo. In un momento solenne e terribile al tempo stesso.

Quanto tempo era passato? Credo un'eternità. Ero un giovane alfiere, un ragazzo con tante speranze ma le spalle troppo strette per reggere il peso di quel gioco. Dal cui esito dipendevano le sorti di un mondo intero: una posta altissima. Tuttavia non avevo scelta, dovevo giocare.
Ancora meno ricordo le fasi del gioco, so solo che quando cominciammo ero frastornato dall'imponenza del luogo, dal fasto della corte, dalla fierezza dei soldati che sorvegliavano ogni mia mossa, ogni mio respiro. 
Mi raccomando Agnòs, qualcuno mi disse, la nostra vita è nelle tue mani. E anche la tua: se fallirai per tutti noi sarà finita per sempre, non ci saranno rivincite. 
Si, alla fine qualcosa comincio a ricordarla.

Ora, restavamo solo io e il Re, nella sua lunga tunica bianca ancora candida, la tiara imperlata  e scintillante, e lo scettro dorato, lungo e sottile, contro l'infinita volta oscura del cielo stellato. Ad affacciarvi oltre la scacchiera, avreste visto il baratro infinito pieno di stelle ovunque lo sguardo potesse arrivare.  Anche sotto il grande pavimento di ebano e avorio, avreste scorto solo un'infinità di stelle, e il vortice eterno di un cuore galattico. 

La scacchiera volteggiava nel vuoto senza fine, illuminata di luce bianca e gelida da un astro lontano, posto allo zenit, una luce che non proiettava ombre. Questo è tutto ciò che restava del mondo, alla fine della partita: le montagne, i laghi, le terre lussureggianti di boschi e coltivazioni, i fiumi e i mari, gli animali; le città brulicanti di uomini, i castelli solitari; lo stesso Palazzo del Re bianco. Tutto questo, un mondo intero, era prima cambiato e poi sbiadito, si era dissolto pezzo per pezzo, man mano che la partita procedeva; in ultimo, si aprirono volando nel nulla, come un gigantesco sipario, le pareti della immensa sala del trono, col pavimento-scacchiera. Nulla del mondo conosciuto esisteva più, se non la grande scacchiera volteggiante nel cosmo infinito, io ed il terribile Re bianco, autore di tanta ingiustizia, famoso per la sua ferocia, che dominava ovunque fin dalla notte dei tempi.
Mi avevano messo in guardia, mi pare, dalla sua astuzia e scaltrezza, ma a vederlo lì all'angolo,  solo, sgominata la sua guardia, non sembrava più tanto terribile. Cosa poteva accadere? Dovevo solo muovere, e millenni di ingiustizie sarebbero giunte alla fine, il regno del terrore sconfitto, la libertà, la dignità degli uomini tornate a fiorire.

Poi accadde: il Re parlò. 
- Dimmi, Agnòs, prima che tu mi uccida: cosa faresti se le persone che ami e tutto ciò cui tieni fossero sotto una minaccia mortale? 
- Maestà,  risposi, farei qualunque cosa per difenderli.
- Saresti disposto anche ad uccidere?
Dovetti pensarci un minuto, prima di rispondere. Mi tornavano alla memoria le parole del mio maestro, un'eternità di tempo addietro: «Al cospetto del ladro recupera il maltolto, al cospetto del mentitore ristabilisci la verità, al cospetto dell'assassino difendi la vita, al cospetto del tiranno riscatta il mondo». La domanda del Re sembrava proprio una trappola, dovevo aspettarmi un ultimo tentativo di imbrogliarmi per salvarsi, il sovrano era famoso oltre che per la ferocia anche per la sua astuzia; ma io sapevo bene come rispondere. Non ci sarei cascato.
Tuttavia non ebbi il tempo di rispondere, perché il Re parlò di nuovo, come se leggesse i miei pensieri e potesse così anticipare la mia risposta.
- Sai, Agnòs, ho affrontato questo dilemma nel mio cuore per tutta la vita. Farsi carico di governare il mondo è gravoso, impone scelte difficili ed è impossibile sottrarsi alla responsabilità delle scelte. Anche io ho dovuto decidere tra il bene dei miei cari e di tutto ciò in cui ho creduto, e il destino del resto del mondo. Le idee, Agnòs, sono materia viva, non sono astratte. Io ho difeso le mie idee come tu hai sempre fatto con le tue; e io certo non ti biasimo per questo. Ciascuno di noi due al posto dell'altro si sarebbe comportato allo stesso modo, nel tuo cuore lo sai bene: puoi dunque biasimarmi per quello che ho fatto nella mia vita?
- Maestà, le sue decisioni sono state cariche di conseguenze nefaste per il mondo intero...
- A dispetto di quello che ci sembrava da giovani, Agnòs, il mondo non è di un solo colore, e non è un luogo felice, ha sempre bisogno di salvezza e redenzione. Impone delle scelte, e le scelte sono sempre dolorose per qualcuno, è inevitabile in un mondo così complesso in cui ognuno aspira a libertà e giustizia secondo la propria indole. Chi porta questa corona sulla testa e questo scettro nella mano destra, ha sulla testa e nel pugno anche questa responsabilità, che certo produce conseguenze per alcuni, ma anche un marchio incancellabile su di lui. Ho pensato - come avresti fatto anche tu - al bene di ciò che avevo di più caro, il resto è stato conseguenza. Ma la mia parte di bene l'ho prodotta, perché nulla è solo bianco o nero. Ho protetto ciò che avevo nel cuore: ho fatto il mio dovere.
Non sapevo esattamente cosa rispondere. Dentro di me, in fondo, sapevo che aveva ragione: in un lampo, vidi davanti agli occhi il mio villaggio, la mia famiglia, il volto di colei che amo. So cosa avrei fatto, con quella corona in testa, e potevo anche immaginare le conseguenze delle mie scelte su chi non mi è stato amico. Ma sapevo anche cosa dovevo fare in quel frangente, perché anche in questo, lui si sarebbe comportato come me. Tuttavia cominciai ad essere inquieto, perché non avevo mai considerato di poter avere qualcosa in comune con il Re del terrore.
- Ma adesso hai vinto tu - concluse il Re distogliendomi dai miei pensieri - e ora devi fare la tua scelta. Sono pronto ad accettarne le conseguenze.  Un'ultima cosa ti chiedo, però, prima che tu muova: apri il tuo cuore, e ammetti che al mio posto avresti fatto le stesse scelte. Un atto di onestà che resterà tra me e te, per sempre, e ti renderà migliore, quando prenderai il mio posto.
Faticai a comprendere quelle parole: io al suo posto?
- Si, Agnòs, tu sei predestinato: governerai il mondo quando io sarò caduto. Così sta scritto: «Colui che ridurrà il Re all'angolo, prenderà il suo posto», e nel dire questo, si tolse la pesante corona dalla testa e la porse verso di me. 

L'antico Libro! Quello che conteneva ogni ordine di verità e profezia. Scritto - si diceva - prima della creazione, infallibile ed eterno. Sul quale il Re bianco aveva fondato il suo potere e il suo dominio attraverso le ere. Era vero, mai nessuno prima d'ora aveva costretto il Re all'angolo, ogni libro di storia ne avrebbe parlato, altrimenti, egli stesso non sarebbe esistito, non avrebbe imperversato e generato tanta sofferenza, non avrebbe sfidato beffardamente il mondo in quella partita, e io non lo avrei avuto di fronte in quel momento. Dunque, egli doveva dire il vero.

Tuttavia non mi sentivo ancora tranquillo. Ma ero esausto, e - pensai - perfino il Re della crudeltà in punto di morte non può mentire. Se invece stesse mentendo, dovrei solo far finta di assecondarlo; non sembra difficile. 

Un atto di accondiscendenza compassionevole avrebbe ritardato l'ineluttabile solo di pochi secondi, e io avrei regnato senza avere sul cuore il peso di averglielo negato. Il nuovo regno, la nuova era della luce, sarebbe iniziata sotto il segno della compassione.
Dunque, presi la corona, e la posai lentamente sulla mia testa.

Quello che accadde dopo, fu questione di pochi istanti. Dapprima mi sentii perdere l'equilibrio per un istante, come quando ti alzi dal tavolo dopo un'abbondante bevuta, e mi trovai nella casella ad angolo, al posto del Re; con la sua corona in testa. Fu il Re stesso a spingermi nel vuoto con una mossa rapida e decisa: ebbi appena il tempo di vedere il suo sorriso trionfante, solo il tempo di realizzare che ero appena caduto nella sua trappola, che il piano, ordito sicuramente da molto tempo, era proprio quello. Il Re ero io, la corona era sul mio capo, la profezia del libro si era realizzata. Poi sentii un rumore lancinante, come lo stridio possente di una bestia gigantesca, e di milioni di cristalli che esplodevano in frantumi, provenire da ogni parte.

L'urlo di trionfo del nuovo Re riempiva il cosmo intero. Solo ora che sono a tale distanza da non riuscire più a udirlo né a scorgere la scacchiera, nell'antico Palazzo d'avorio risorgente, solo ora entrano nelle mie orecchie - lontane e in dissolvenza - le voci terrorizzate e deluse della mia gente, il pianto disperato della mia donna, il suono cupo di un mondo intero che sprofonda in un nuovo regno di terrore. 
Volteggio nel vuoto in caduta veloce, il vortice caldissimo si avvicina alle mie spalle. Tra non molto sarò nell'orizzonte degli eventi e di me non resterà nulla, nemmeno il ricordo del mio breve passaggio nel mondo. 

In fondo, io ho solo voluto esercitare la compassione. Adesso, con onestà, ditemi: al posto mio, non vi sareste comportati allo stesso modo?

Già pubblicato qui.

sabato 2 agosto 2014

É difficile riconoscerli



É difficile riconoscerli. Bisognerebbe saper cogliere piccole sfumature di tristezza nello sguardo, quel velo d'ombra grigia nell'espressione, come il filo di un palloncino gonfio di paura e incredulità che i bambini tengono per mano sopra la testa. 
Vestono allo stesso modo di sempre, curano la barba o la pettinatura, la manicure, la scelta degli accessori, come hanno fatto ogni mattina fino ad ora, scelgono con cura l'abbigliamento indossando i capi migliori che hanno; come sempre, infilano gli auricolari nello smart phone e ascoltano la stessa musica, gli occhiali da sole eretti a barriera tra il mondo e il vuoto che hanno dentro, un sistema di vasi che non devono assolutamente comunicare. Non si fanno mancare il caffè al bar, spesso con un cornetto. Come hanno sempre fatto.
Viaggiano a passo deciso, scendono in metropolitana e si lasciano trasportare, gesticolando come gli altri pendolari o leggendo qualche pagina di un libro, acquistato perché in offerta. 
È difficile riconoscerli, perché tutti sono riluttanti a cambiare abitudini, tentano di ignorare che stia davvero accadendo, coltivano la routine come se servisse ad esorcizzare la sventura.
Ogni movimento, ogni singolo gesto, ogni rituale quotidiano; questa è la tattica scelta per conservare la dignità e provare a restare esseri umani interi, resistere a quella bestia feroce ed affamata che è la perdita del lavoro. Che è come il pianoforte che ti piove in testa nei cartoons, mentre passeggi tranquillo, come cadere da un treno in corsa, e provare a risalire mentre si viene aggrediti dal mostro opportunista generato da un sistema che si nutre di tanti altri come loro, mentre tutti gli altri sembrano al sicuro.
Un sistema retto da un ridicolo assioma incorporeo - un artifizio retorico scollegato dalla realtà dei fatti - che qualcuno ha preteso "...fondato sul lavoro".
E che invece è crollato con tutto il suo peso addosso a quelli come loro.
Salvare l'apparenza, un sottile fotogramma di normalità, aggrapparsi alla consuetudine, la sola circostanza che li separa dalla presa di coscienza, dalla rassegnazione, il filo sottile del funambolo sul baratro della pazzia.
Davvero, è quasi impossibile riconoscerli. 

Pubblicato ieri qui.


mercoledì 2 ottobre 2013

Il dialogo

atto unico

sipario

scena:

Un cortile, un chiostro con porticato;  spazioso, luminoso.
Ad un estremo un pesante portone in legno a due battenti;  all'estremo opposto un podio composto da un trono e due sedili a fianco, uno a destra e uno a sinistra, antichi, in legno istoriato e lamina d'oro. Sul trono siede un cardinale in tenuta da cerimonia solenne, due vescovi siedono al suo fianco, bardati allo stesso modo.
Al centro del cortile un lungo tavolo, disposto longitudinalmente, imbandito con ogni ben di dio: cacciagione,  frutta, dolci...
Ai lati del tavolo, da una parte e dall'altra, alcuni altri cardinali e vescovi  e una fila di una decina di preti e seminaristi molto giovani, tutti in abito talare e cappello 'saturno'. A guardia del portone, dal lato interno, due guardie svizzere impettite, con l'alabarda.

Il portone si apre cigolando, spinto da altre due guardie svizzere che stanno all'esterno: in mezzo a loro un uomo in piedi esita, sbirciando dentro. E' vestito con scarpe da cantiere, jeans e una t-shirt bianca. Macchie di calce e cemento. Giovane, sulla trentina, porta un orecchino. Le guardie gli fanno cenno di entrare indicando con la testa il centro del chiostro.
L'uomo, vistosamente frastornato e intimorito, si incammina esitando. Le due guardie che stavano all'esterno restano al loro posto a guardia del portone, quelle che stavano all'interno seguono l'uomo passo passo, fino al tavolo imbandito, dove si fermano.
Davanti all'uomo, i tre sul podio lo guardano e tacciono, col volto senza espressione. Quando l'uomo si ferma davanti al tavolo, con espressione interrogativa, tutti e tre - all'unisono - sorridono, con un sorriso ampio ed esagerato.
Il cardinale lo benedice col consueto gesto della croce con le tre dita unite, dopodiché parla all'uomo.

"Benvenuto figliolo, benvenuto nel Cortile dei Gentili"
"ehm, grazie. io..."
"la ringraziamo" fa il primo vescovo "per aver accettato il nostro invito..."
"veramente mi hanno portato qui di peso quei due..." (indica dietro di sé le guardie)
"... a dialogare con noi" fa il secondo vescovo, senza ascoltare l’uomo
Cardinale: "Santa Madre Chiesa vuole che anche i gentili odano la parola di Dio"
primo vescovo: "poiché anche dentro di voi esistono le domande fondamentali..."
secondo vescovo: "... e un sano atteggiamento di ricerca che deve essere assecondato..."
C: "...affinché, pur senza conoscerlo e prima che abbiate trovato l' accesso al suo mistero, Dio possa..."
pv: "... manifestarsi anche a voi... "
(l'uomo segue con lo sguardo i tre, spostando la testa dal primo al secondo e al terzo e poi di nuovo al primo e così via, mantenendo un sguardo tra il perplesso e l'ebete)
sv: "... come il Puro e il Grande, anche se rimane a voi ignoto..."
C: "... in questa società secolarizzata, dove sono ahimè smarriti i valori fondanti..."
pv: "... dell'umanità, anche voi..."
sv: "... non chiudete la porta e non restate nel vostro..."
C: "... timore di essere oggetto di evangelizzazione. Ha capito?"
uomo, dopo qualche secondo di silenzio: 
"beh, io..."
pv: "lei è ateo, vero?" con sguardo interrogativo e ansioso, improvvisamente severo; i tre si sollevano dalle loro sedute sporgendosi in avanti; tutti nel cortile restano in sospeso in attesa della risposta dell'uomo, che alla fine, dopo essersi guardato intorno, risponde:
"Beh, in un certo senso..."
tutti emettono un sospiro di sollievo, i tre vescovi si risiedono.
uomo: "senta santità..." (un seminarista attira la sua attenzione con un colpetto di tosse, e gli fa cenno di no col ditino)
"ehm... eminenza, eccellenza… insomma, io stavo lavorando al cantiere tranquillo e sereno, all'improvviso arrivano questi due vestiti come a carnevale, mi prendono senza darmi una spiegazione e..."
viene interrotto con un gesto della mano dal cardinale.
C: "figliolo, noi vogliamo aiutarla; sappiamo che lei, in quanto ateo, ha un profondo bisogno di conoscenza della Verità..."
pv: "... perché la sua vita senza dio è incompleta..."
sv: "... e la stessa Chiesa Madre ha bisogno di condurre ogni anima al Signore..."
C: "... ecco perché lei è qui. Lei ha bisogno di noi!"
u: "io ho solo bisogno di portare a casa la pagnotta, se non torno subito in cantiere mi licenziano, quindi con permesso, è stato un piacere... " indietreggia e fa per voltarsi, quando sente un oggetto appuntito infilarsi tra i suoi glutei: una guardia svizzera gli ha puntato l'alabarda sotto la schiena
C: "con calma figliolo"
(la guardia ritrae l'arma)
pv: "il dialogo è importante"
sv: "voi atei state sempre a dire che noi siamo intransigenti e assolutisti..."
C: "... per questo noi vogliamo che sia avviato un sano dialogo..."
pv: "... per il bene di tutti"
u: "ma... ma... io..."
l'uomo sente una mano sulle sue natiche, si volta e vede un seminarista, che ritrae la mano di scatto.
seminarista: "scusi, sa, volevo solo vedere se l'alabarda ha prodotto uno strappo nei suoi pantaloni"
sv: "ciascuno di noi ha in sé un non credente e un credente... "
C: "... che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano..."
pv: "... continuamente domande pungenti l'uno all' altro"
sv: "lei sente dentro di sé una domanda pungente?"
u: "più che altro, un attimo fa sentivo qualcosa di pungente dietro di me"
C: "suvvia, non faccia battute infantili. lei avrà senz'altro dentro di sé una domanda..."
pv: "... urgente di spiritualità, avrà una..."
sv: "... legge morale che fa parte della natura umana..."
C: "... e l'impronta del Creatore. Lei ha tutte queste cose proprio dentro di sé"
"mettiamogli dentro anche una carota!" fa un seminarista, subito zittito da un confratello con una gomitata nel fianco
u: "sentite, non fraintendetemi, ma io ho altre priorità che cercare un dialogo con voi, con tutto il rispetto, io..."
l'uomo sente una mano sulla coscia, si volta e vede un altro seminarista che gliela tasta
u: "ma insomma" scacciando il seminarista, che ritorna al suo posto camminando carponi e guaendo come un cane "che volete da me?"
pv: "si faccia evangelizzare"
sv: "ci permetta di portarle la buona novella"
u: "quale novella?"
un’espressione di sconforto si disegna sul volto dei tre religiosi
"prego, favorisca", fa un terzo seminarista indicando il tavolo "si serva pure" e si sfrega le mani contento come una pasqua.
visto che i tre sul podio stanno confabulando tra di loro, l'uomo, sospirando, si avvicina al tavolo e allunga la mano per servirsi
"ma che fa?" gli urla di scatto il cardinale, indignato
"metta subito giù quella tartina!", gli fa eco il primo vescovo, perentorio
"quella è roba nostra!", ribadisce il secondo vescovo, con la faccia feroce
l'uomo rimane con la mano a mezz'aria, stupito, e rimette giù la tartina che aveva afferrato. Poi dice:
"sentite, davvero, io non so cosa volete, ma avete trovato sicuramente la persona sbagliata, per cui io andrei..."
"figliolo", fa il Cardinale tornato mansueto, "lei è felice? riesce a dare alla sua vita" (si alza e avanza verso l'uomo) "un significato?"
"Conosce" fa il primo vescovo, alzandosi pure lui "il significato della parola speranza?"
"ritiene di avere un progetto ben definito di vita?" e il secondo vescovo si alza a sua volta
L'uomo riflette, mentre tutti lentamente si avvicinano a lui, poi deve ammettere:
"beh, non so esattamente, ma mia moglie è un po' di giorni che non me la dà, forse ce l'ha con me, e..."
i tre si fermano un attimo, nascondono a stento un moto di stizza, poi proseguono verso di lui girando intorno al tavolo
C: "lei è un uomo fortunato, figliolo"
pv: "la riapertura del Cortile dei Gentili voluto dal nostro beneamatosantopaaadre..."
sv: "... è un'occasione davvero speciale, qualcosa che..."
C: "... è accaduto raramente nella storia..."
pv: "... di Santa Madre Chiesa"
l'uomo volta continuamente la testa per seguire con lo sguardo i tre che parlano, oramai vicini a lui, e si guarda intorno e alle spalle, vedendo che anche tutti gli altri si sono avvicinati. Non si sente affatto sicuro, e questo traspare dalla sua espressione, facendo fremere di una strana eccitazione tutti i presenti. Indietreggia verso l'uscita ma viene circondato prima di raggiungerla.
C: "la Chiesa vuole il dialogo..."
pv: "... vuole il bene comune..."
sv: "... e siamo qui a dimostrarlo..."
C: "noi dobbiamo dialogare, capisce?" mettendo l'accento sulla parola 'dobbiamo'
"basta parlare, qualcuno gli metta un limone in bocca" si sente pronunciare, mentre il cerchio si stringe intorno all'uomo
u: "aspettate, un momento, ma cosa..."
C: "su, figliolo, non ci deluda..." allungando le mani su di lui
pv: "... dialoghi con noi..." afferrando l'uomo per un braccio
sv: "... si faccia evangelizzare!"

il cerchio dei presenti si chiude intorno all'uomo. l'uomo urla. le due guardie svizzere rimaste fuori chiudono il portone.
Mentre si chiude il portone, si intravedono gli abiti dell'uomo che volano in aria; chiuso il portone si sentono da fuori rumori confusi di grida eccitate, mandibole che masticano, ossa succhiate.

All'esterno, una guardia svizzera dice all'altra:
"oggi è già il decimo"
"e a noi non tocca mai di dialogare?"
"già: mai che ne lasciassero un pezzetto anche a noi!"
Fine
sipario

Pubblicato in origine qui.




lunedì 24 dicembre 2012

Canto di Natale 2.0



Viveva tutto solo nei suoi appartamenti, nel lussuosissimo, immenso palazzo sulla collina posta al centro della città, dalle cui finestre si vedeva il mondo intero (o almeno così a lui pareva). Passava le giornate immerso nei suoi libri di favole, che parlavano apparentemente di ogni cosa e di ogni aspetto dello scibile umano (cioè di un mondo che lui non aveva mai conosciuto se non attraverso quei testi), libri scritti millenni addietro da autori sconosciuti in un mondo diversissimo da quello della sua epoca.

Per il vecchio Ebenezer Joseph Scroogingher la vita era tutta lì: curare gli affari della sua holding multinazionale, la W.S.D.F. Inc. (Worldwide smoke and discrimination factory) che da generazioni e generazioni apparteneva alla sua famiglia; una fabbrica di fumo ("ma della migliore qualità esistente", amava ripetere ai suoi sottoposti e ogni volta che concludeva un affare) e altri interessi che aveva ramificazioni in tutto il mondo, un patrimonio immobiliare immenso, un tesoro ricchissimo. Il vecchio Scroogingher era servito e riverito da una pletora di amministratori pubblici - infiltrati soprattutto in stati stranieri, servitori più o meno dichiarati, che contribuivano con la loro attività ad incrementare ulteriormente, giorno dopo giorno, tutte quelle ricchezze con favori e concessioni di privilegi d'ogni sorta. Essi truccavano appalti, corrompevano politici, tartassavano i loro concittadini depauperandoli, creando così valanghe di nuovi poveri che subito diventavano clienti dei centri di assistenza di Scroogingher, creando così un circolo vizioso che faceva crescere ancora di più le sue ricchezze. Il vecchio Scroogingher era un imprenditore scaltro e senza peli sullo stomaco, e per questo era detestato e mal sopportato dal popolo.

Ogni mattina Scroogingher si alzava, tirava giù dallo scaffale i vecchi volumi polverosi, che adorava sopra ogni cosa, si sedeva alla scrivania e si tuffava in quelle pagine, dopo aver avuto cura di chiudere ben bene le finestre per non far entrare nemmeno un flebile suono del mondo esterno. Dopo di che, passava in rassegna i registri contabili, per annotare l'andamento delle sue ricchezze. A nessuno dei suoi collaboratori era consentito parlare se non per adularlo, o assecondarlo in quella che era la sua seconda attività preferita: il vecchio Scroogingher una o due volte a settimana si affacciava alla sua finestra e arringava i suoi sudditi (riuniti nella piazza antistante dietro la minaccia di fuoco eterno o la promessa di godimento eterno, a seconda dei casi), ammorbandoli con racconti presi dai libri, interpretati secondo il capriccio del momento, e indicava loro quali erano i nemici da combattere. E costoro obbedivano, andando per il mondo a eseguire i suoi ordini, a suo esclusivo vantaggio.

Un vantaggio e un guadagno talmente grandi, che Scroogingher non riusciva in realtà nemmeno a controllare l'intero ventaglio delle sue attività, così di fatto egli non sapeva che alcuni suoi dipendenti facevano il loro lavoro in maniera diversa, coscienziosa, senza arrecare danno a chicchessia. Oppure - secondo i maligni - lo sapeva ma tollerava appena costoro, e con grande e malcelato fastidio.

La sera della vigilia di Natale, una sera fredda e ventosa, il vecchio Scroogingher andò a letto con qualche dolore di troppo, dovuto alla vecchiaia, e un senso di solitudine prima sconosciuto. Si mise a letto con uno dei suoi adorati libri e presto si addormentò.

Si svegliò di soprassalto sentendo rumori sinistri venire da dietro la porta: tutto tremante si alzò e andò a vedere cosa fosse. Aprì la porta, e subito vide davanti a sè Jacob Karol Marleytyla, ex socio in affari e predecessore alla presidenza della holding, uscito da un carro funebre trainato da cavalli, incongruentemente parcheggiato sulle scale interne del palazzo. Una visione tremenda, perché Marleytyla, che doveva essere ben morto, secondo i suoi ricordi, aveva un aspetto orribile: avvolto in bende lacere e col volto consumato dalla decomposizione, stretto in una lunga sequela di catene pesantissime, alle quali erano appesi strumenti di tortura, cappi e ghigliottine, casseforti ricolme di pesanti monete, lunghi rotoli contenenti i documenti pieni di livore verso qualcuno (scritti in vita), una serie di foto che lo ritraevano insieme a dittatori sanguinari e politici corrotti, molti dei volumi polverosi tanto cari anche a Scroogingher. Tutte cose che il fantasma di Marleytyla affermava lo avevano distolto dal vero bene e dalla cura del prossimo, che – in fondo in fondo - sentiva come sua responsabilità.

Marleytyla parlò a Scroogingher, dicendogli che stava scontando quella pena anche in nome suo e di tutti i suoi predecessori, e annunciandogli l'imminente visita di tre fantasmi, quella notte. Infine, gli mostrò una catena ancora più lunga e pesante, affermando che da qualche parte "laggiù" la stavano preparando per lui. Indi sparì in una nuvola di fumo dall'odore sulfureo.

Scroogingher rabbrividì, chiuse a chiave la porta dei suoi appartamenti e si infilò sotto le coperte, recitando una litania presa da uno dei suoi libri, pregando che quello fosse solo un brutto sogno.
Ma ahimè, sogno non era, e apparve il primo dei tre fantasmi annunciati da Marleytyla: il fantasma del Natale passato. Un vecchietto - che in altre circostanze avrebbe avuto un aspetto simpatico - con dei piccoli baffetti sotto il naso gli fece ripercorrere la sua vita fino a quel momento, da quando da giovane faceva il saluto romano fino ai primi libri ai quali si dedicava in modo morboso ed alienante, fino a dimenticare di vivere, di cercare di capire com'è fatto il mondo e cosa c'è dentro tutte le persone, non solo quelle a lui affini. Vide tutte le occasioni che aveva avuto per rendere il mondo un posto migliore, libero dal pregiudizio e dall'odio razziale e sociale, occasioni mai colte per paura di perdere il potere e le ricchezze acquisite spaventando la gente e mentendo. Indi il fantasma coi baffetti scomparve e Scroogingher si ritrovò tutto sudato nel suo letto, di nuovo a pregare di risvegliarsi presto da quell'incubo.

Purtroppo non fu esaudito, e il secondo fantasma apparve: il fantasma del Natale presente. Era altissimo, gigantesco, e aveva le sembianze di una transessuale di colore, atea e di origine ebraica. Il transfantasma lo fece letteralmente volare fuori dalla finestra mostrandogli dall'alto la città: in un angolo, vide alcuni suoi dipendenti - quelli che Scroogninger mal sopportava perché considerati ribelli - che condividevano poche cose con gli ultimi e gli emarginati. Erano donne, coppie non sposate o separate, omosessuali, famiglie di fatto, sposi che non potevano avere figli e non avevano soldi per accedere a tecniche di fecondazione, e tanti altri ancora. Salendo ancora più in alto, vide interi popoli oppressi da regimi che avevano la benedizione della holding di Scroogingher, lunghe fila di bambini ai quali i suoi peggiori scagnozzi, da lui protetti e coccolati, avevano fatto delle cose orribili. Alcuni di quei bambini, diventati grandi, chiedevano da anni udienza a Scroogingher, insieme alle loro famiglie, ma egli li aveva sempre ignorati. 

Molti suoi dipendenti non sapevano rispondere quando tutti questi emarginati gli chiedevano come mai il suo capo fosse tanto cattivo ed egoista. Malgrado ciò, in questo Natale essi erano felici, e Scroogingher non capiva perché. Si ritrovò infine sperduto in mezzo alla nebbia, tremando per l'arrivo del terzo fantasma.
E il terzo fantasma arrivò: il fantasma del Natale futuro. Contrariamente alle attese non aveva un aspetto terribile: era una donna - cosa che urtava la misoginia di Scroogingher - di età indefinita, dall'aspetto sano e gioviale, sguardo rassicurante, non portava addosso alcun simbolo, di alcun tipo, con ulteriore disappunto di Scroogingher che invece amava che il suo marchio fosse indossato da tutti e appeso in ogni dove. La donna indicò nella nebbia, dove stava apparendo una scena, che vide come alla tv: un funerale, gente attorno ad una salma della quale non si vedeva il volto. Scroogingher poteva sentire i loro discorsi. Uno diceva al suo vicino: «Meno male che è morto, ora sì che il mondo ha una chance di diventare un posto migliore». Un altro, un suo dipendente frustrato perché non poteva farsi una famiglia, diceva: «che sollievo, adesso mi posso rifare una vita senza l'imbarazzo di dover spiegare l'adesione alle assurdità ideologiche di quel vecchio perfido». Alcuni ridevano e prendevano in giro il morto, altri presenziavano senza tristezza o compassione sincera, ma solo per opportunismo, giustificando se stessi perché - in fondo - è quello che avevano sempre fatto, anche quando il morto era in vita. I vecchi libri polverosi venivano briciati in un angolo per scaldare dei senza tetto.

Più in là, nella cattedrale del palazzo di Scroogingher, si celebrava qualcosa, con un discorso che non era una predica e nemmeno un'omelia funebre ma che, malgrado il contenuto, sembrava liberatorio: una lunga serie di scuse ufficiali, rivolte a tutte quelle categorie di persone avversate, combattute e discriminate ingiustamente nel corso dei secoli dalla holding di Scroogingher. Era il suo successore, una donna di colore dall'aspetto gioviale; vestiva in maniera semplice, stava in mezzo alla gente e usava parole comprensibili, senza tirarle fuori da vecchi libri polverosi. Ascoltava con interesse e attenzione quello che la gente aveva da dire e rispondeva alle domande senza eluderle. Intanto, gli ex collaboratori di Scroogingher, inclusi quelli più fedeli, dividevano la holding e la vendevano, usando il ricavato in parte per sfamare i poveri del mondo (che grazie a questa operazione non conobbero più la fame per lunghi secoli) e in parte per risarcire quelli ingiustamente defraudati e avversati dalla sua holding; Scroogingher se ne avvide con dolore e indignazione. E per questo, finalmente capì:  il cadavere che nessuno piangeva era il suo. Scroogingher, allora, scoppiò in un lungo pianto liberatorio, promettendo a se stesso e al fantasma che mai più avrebbe soverchiato e perseguitato nessuno, mai più!

Fu così che Scroogingher, dopo un sonno che gli parve essere stato lunghissimo, si svegliò nel suo letto la mattina di Natale. Guardò dalla finestra e vide che era una bellissima giornata, udì le campane suonare e si sentì leggero come mai prima. I suoi servitori lo aspettavano con le vesti da cerimonia e il consueto discorso pieno d'astio verso chi non era d'accordo con lui, scritto il giorno prima, pronto per essere letto dalla finestra al popolo già riunito nella piazza. 
Allora fece chiamare il suo fedele servitore, Bob Georg Cratchitwein, gli si fece incontro allargando le braccia, gli disse «buongiorno e buon Natale!», quindi lo colpì sulla testa con una costosa scarpa italiana di pregiata manifattura, vietandogli d'ora in poi di servirgli birra non bavarese alla sera dopo cena. Riscrisse il discorso, includendo una scomunica verso i fantasmi e i fabbricanti di birra non tedeschi, i quali ora costituivano una "minaccia per la pace" e che definì "contro la dignità dell'uomo". E divenne ancora più cattivo di sempre.

Ah si, c'è sempre da imparare dai propri sogni...