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domenica 19 marzo 2017

Il collezionista di briciole



Pubblicato il romanzo Il collezionista di briciole, per Edizioni Scudo, scritto - con grande fatica - in circa sei anni.
Nelle pagine di Amazon e di Lulu dove sono in vendita l'edizione digitale e cartacea, si può leggere una breve sinossi.
Grazie a Giorgio Sangiorgi e a Luca Oleastri, editori ed illustratori.
E grazie a chi si cimenterà nella lettura.






sabato 3 ottobre 2015

Guardate questa faccia


Guardate bene questa faccia.

Guardate bene, perché è la faccia della più lucida, efficace, spiazzante, spudorata campagna di marketing mai pensata e messa in piedi dai cervelli della Chiesa cattolica.

Guardate bene, perché Bergoglio è la più grande, beffarda presa per il culo possibile e immaginabile, un gigantesco specchio per allodole, una trappola nella quale tre quarti di mondo sta cadendo con tutte le scarpe.

Con Bergoglio, in Vaticano s'è aperta un'era nuova: quella dell'immagine, della pubblicità, della chirurgia estetica. Nel più totale vuoto di contenuti veramente "nuovi", e assenza di discontinuità col passato. E con la complicità - determinante - di un sistema dell'informazione e opinione scandaloso, che fa sembrare altissima letteratura e filosofia la peggiore stampa scandalistica.

Con Bergoglio la Chiesa ha accelerato a velocità relativistica, adeguandosi in un colpo solo - dopo millenni di passo da lumaca - alla velocità con cui cambia il mondo, ma mantenendo tutto il basamento di perfidia, cattiveria, razzismo e arroganza su cui poggia da sempre. Un capolavoro.

Se volete vedere il vero Bergoglio, anzi, la vera Chiesa, dovete leggere tra le righe, mettere in relazione dettagli apparentemente marginali e scollegati, fare un lavoro che - in Vaticano lo sanno bene - nessuno ha voglia di fare.

Il vero Bergoglio, per esempio, è quello che in queste ore si accanisce sul sindaco Ignazio Marino (indifendibile per molti altri aspetti) perché ha inaugurato il registro delle Unioni civili a Roma, e quello che va a parlare e benedire l'impiegata comunale che negli Usa si rifiuta di rilasciare licenze matrimoniali per le coppie omosessuali, infrangendo ogni tipo di legge (laica e civile). Quello che definisce "diritto umano" l'obiezione di coscienza. Che è invece un atto di prepotenza con cui un pugno di autentici talebani si mette a posto la coscienza a danno di tutti gli altri.
Quello che dice che "La Chiesa è femmina" ma non sposta una virgola della Dottrina che emargina di fatto le donne.

Prende per il culo tutto il mondo con una sfrontatezza senza precedenti, a questi livelli.

QUELLO, quello è Bergoglio, quella è la sua Chiesa.
Non ci cascate.

Pubblicato su facebook.

giovedì 25 giugno 2015

Il gender e i Savi di Sion. La storia si ripete?




Il Family day ha portato alla ribalta questa storia folle della teoria del gender, che sta assumendo connotati se non preoccupanti almeno significativi e non trascurabili.

È una sorta di salto di qualità del vasto mondo del NO ai diritti civili e alle libertà individuali delle persone "non omologate". È un'invenzione pura, nata dal nulla, perfetta perché funzionale alla propaganda reazionaria e razzista di quelli che vorrebbero rimettere indietro l'orologio della civiltà, riportarlo all'oscurantismo medievale necessario a chi vuole dominare coscienze e pensiero. Insomma, l'umanità.

Si è scientemente falsificato, manipolato, stravolto un documento che è pura osservazione scientifica (la scoperta della sessualità nell'individuo), a questo si è aggiunta l'avversione storica per ogni tentativo di introdurre l'educazione sessuale e la lotta al bullismo nelle scuole, e la paura che anche qui da noi - come nel resto del mondo civilizzato - si arrivi a riconoscere e normare le unioni diverse da quelle canoniche, cioè eterosessuali e cattoliche. Fondate sul patriarcato e sulla misoginia, e sotto il controllo esclusivo della religione. Si è scientemente creato il mostro, da additare al popolo dei seguaci perché l'avversino e lo combattano. E schiere di uomini piccoli piccoli tentano di afferrare al volo l'occasione per farsi eroi, combattendo per la causa.

L'omofobia è l'ultima grande tragedia del razzismo moderno, rilevante, rispetto ad altre tragedie, perché trasversale e di dimensioni planetarie. Il progressivo affermarsi dei diritti, in numerosi paesi, sta mettendo sempre più in allarme i razzisti moderni, che vedono eroso il loro spazio e compromesso il sogno di un mondo piatto e omologato a ideologie religiose antimoderne. E si stanno organizzando per la controffensiva. La spia è il parossismo col quale il mondo degli omofobi si sta svelando e organizzando, in questi tempi, tra sentinelle in piedi, encicliche papali, family day, e altre pittoresche iniziative.

Il razzismo, storicamente, ha bisogno di pretesti. E quando non ce li ha, semplicemente se li inventa. Ecco perché, parlando della teoria del gender, l'unico riferimento che mi viene in mente, l'unico episodio - in tempi relativamente recenti - simile a questa invenzione, ovvero alla manipolazione spudorata della realtà utile alla discriminazione (e poco noto ai più, perché l'esercizio della memoria è roba di pochi; ma pericoloso, per questo osteggiato da chi ambisce al potere), è il Protocollo dei Savi di Sion. Composto con un'operazione di plagio di opere di satira politica e letteratura, non attinenti agli ebrei, denunciava un complotto segreto di questi per dominare il mondo. Un falso conclamato, ma che ha dato il via, in epoca moderna, alla tragica esplosione antisemita che tutti ricordiamo e conosciamo, un antisemitismo peraltro già ben avviato dai cristiani.



Oggi, si ricorre allo stesso metodo: il complottismo, la menzogna ripetuta, su cui costruire prima la discriminazione e poi la persecuzione. La delegittimazione di istituzioni laiche e scientifiche, come l'Oms; l'uso spregiudicato degli strumenti già a disposizione nei media e nella politica, ammiccando l'occhio alle nuove tecnologie e ai social; l'invasione degli spazi non ancora conquistati (esemplare è la vicenda del sito Informare X Resistere); lo sbandieramento dei feticci (la famiglia, i figli, il matrimonio) che sarebbero messi in pericolo dai nuovi nemici; teorie infondate, antistoriche e antiscientifiche su un presunto ordine "naturale". Questo è ciò che fa da sfondo e contorno alla propaganda odierna, contro le persone lgbt soprattutto, oggetto e bersaglio preferito dai razzisti moderni. La parola chiave è: minaccia. Ebrei allora, persone omosessuali allora e ancora oggi, tutti costituiscono una minaccia, vuoi alla purezza della razza, vuoi alla "natura" umana (per la religione), basata sulla famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio cristiano e finalizzata alla procreazione. E di fronte a una minaccia, bisogna reagire: ecco fatto, il gender è servito!

Il gender non è che l'ennesimo tentativo di mantenere intatto il controllo sulla libertà delle persone, attraverso l'idealizzazione della famiglia, ma anche sull'istruzione laica, sul sistema scolastico; e sull'informazione e sull'attività legislativa degli Stati. È un tentativo di contrastare la secolarizzazione che avanza, e che mette in pericolo un sistema religioso sempre meno credibile, oltre che oggetto di innumerevoli scandali. Un sistema millenario, collaudato, ma cui sta sfuggendo di mano il controllo delle coscienze.

C'è una similitudine evidente nel metodo, tra l'invenzione del gender e il falso storico del Protocollo. Ovviamente le conseguenze non saranno - speriamo - esattamente le stesse, ma il salto di qualità non va sottovalutato.

Se ne deve parlare, si deve contrastare, il tentativo va denunciato pubblicamente con maggior vigore e perseveranza. Per una volta la storia non deve ripetersi, sempre uguale.


martedì 24 marzo 2015

Simple Minds: a che punto è la notte



L'occasione per riparlare della band di Glasgow è la pubblicazione della ristampa di un lavoro davvero magnifico come Sparkle in the rain, che risale al 1984; quindi con un anno di ritardo sul trentennale.

Quando si racconta di quel filotto di capolavori (Life in a day, Real to real cacophony, Empires and dance e gli abum gemelli Sons and fascination/Sister feeling call) che hanno portato al loro lavoro più celebrato, New gold dream, quasi nessuno si ricorda di inserire anche Sparkle in the rain, il capolavoro più sottovalutato di una band già in sè sottovalutata ingiustamente. 
Nel booklet del maxi cofanetto che rappresenta il formato-top di questa ristampa, Jim Kerr racconta di quella passeggiata al porto di Glasgow che ha portato a Waterfront, primo singolo estratto dall'album, di come White hot day, altro gioiellino misconosciuto, era destinato a restare un pezzo strumentale se il testo non fosse stato "trovato" all'ultimo momento. Di come questo album sia stato riscritto dopo aver gettato via tutto il materiale composto subito dopo New gold dream, perché giudicato in pratica una caricatura di quest'ultimo. E' stato anche l'ultimo con la formazione storica al completo (eccetto Mel Gaynor alla batteria, tutt'ora nel gruppo). La successiva perdita prima di Derek Forbes (basso, che è rientrato e nuovamente uscito dal gruppo negli anni seguenti) e poi di Mick MacNeil (tastiere) è stato lo spartiacque nella loro carriera di celebrata band new wave, una tragedia, il punto di non ritorno.

Sparkle in the rain fu il primo disco del nuovo corso, quello "chitarristico" dopo il quinquennio magnifico, elettronico e oscuro ‘79-‘82, ma resta un capolavoro incompreso, e anche frainteso per quel sound che alcuni avevano giudicato troppo simile a quello degli U2; complice il fatto che il produttore, Steve Lillywhite, era lo stesso. Poi Bono e la sua band virarono verso la coppia Eno-Lanois, mentre Lillywhite fu cercato da Kerr e soci, che sentivano di volere una svolta nel sound. Sparkle in the rain, ascoltato oggi, ancora mostra di non avere un solo pezzo debole; perfino Street hassle di Lou Reed, unica cover dell'album, suonata da loro si inserisce perfettamente nel contesto. Waterfront, Speed your love to me, Up on the catwalk (i tre singoli), più altre chicche come Book of brilliant things, White hot day e C' moon cry like a baby hanno conservato tutto il loro fascino, e fanno rimpiangere che la band non abbia mantenuto quel sound anche per i lavori seguenti.

Sparkle, in ogni caso, poco o nulla ha a che fare col suono potente, ipnotico e claustrofobico dei tre capolavori pre gold dream (Kerr ha confessato che Sons and fascination è ancora oggi il suo album preferito), quella stagione è finita per sempre (anche confrontare le liriche serve a  capirlo), ed è giusto così. L'andamento costante, ipnotico della sezione ritmica su cui costruire una melodia minimale, apparentemente slegata, eredità del kraut alla Kratfwerk (trasferita nella new wave da gruppi come i Talking Heads) e un testo criptico ed ermetico, sono stati i marchi di fabbrica della premiata ditta McGee-Forbes-MacNeil-Burchill-Kerr. Il riferimento ai Kraftwerk è assolutamente attinente: proprio un loro pezzo, Neon lights, ha dato il titolo all'unico (per fortuna...) album di cover dei Minds: una sorta di bignami di quelle che sono state le loro fonti di ispirazione.

Chi scrive ama troppo i Simple Minds per giudicare veramente brutto un loro disco, ma se guardiamo dall'alto a quello che è stato - finora - il loro percorso, è impossibile non notare come ci siano stati dei passi falsi: Once upon a time e Real life su tutti. Oggettivamente, malgrado indimenticabili hits come Alive and kickin' e See the lights, questi due album rappresentano il punto più basso nella loro discografia (miracolosamente intervallati da un lavoro eccellente come Street fighting years): Once upon a time il è frutto della loro resa alle ragioni commerciali di chi voleva farli sfondare negli Usa (riuscendoci in pieno, peraltro, ma - come in altri casi in quel periodo - facendo in definitiva un torto al pubblico usa, giudicato evidentemente in grado solo di ascoltare roba molto easy listening, come non fossero in grado di apprezzare roba più complessa e profonda. Io se fossi americano mi sarei sentito offeso!), mentre Real life non ha nemmeno quella giustificazione. Se non forse quella di essere stato concepito col disorientamento per l'abbandono da parte di MacNeil. Lo stesso Cry, indicato da molti come l'unico lavoro che si salva, dopo gli '80, in realtà è stato scritto quasi interamente da autori esterni al gruppo, il che è sintomatico della menopausa creativa in cui credevamo fossero piombati i Minds. Ci si può consolare solo se si considera che agli U2 in fondo, è andata e sta andando molto peggio.



Ma talvolta alcuni gruppi che si erano persi, sorprendono: Big music, pubblicato pochi mesi fa, è il primo lavoro decisamente bello e interessante dal sottovalutato (pure quello) Good news from the next world, del 1995. L'ennesimo cambio di produzione ha portato a un lavoro interessante, che si piazza da qualche parte tra Once upon a time e Cry. Almeno quattro sono i pezzi all'altezza di quel periodo: i singoli Midnight walking e Honest town, la title track e Let the day begin. Big music è una boccata d'aria fresca e un grande sollievo, chissà se i Minds, già pronti per un nuovo lavoro, hanno imboccato questa strada definitivamente.

Il continuo cambio di sound durante gli anni '80 è stato frutto di un cambio di stato d'animo, coraggiosamente assecondato, o della fine dell'ispirazione che ha provocato mancanza di idee? In fondo, che importanza ha, chi l'ha detto che una band debba rimanere sempre uguale a se stessa, per essere considerata degna di nota? Sarà solo un vezzo di certi critici a pretenderlo?




Forse. Ma intanto godiamoci questa ristampa di Sparkle in the rain: il sontuoso - e costoso - cofanetto da 5 cd non contiene vere rarità ma solo extended mix, edit e versioni strumentali. E il live, registrato a Glasgow nel febbraio 1984 (ci sono anche alcune BBC sessions e tre videoclip), è di qualità bassina, poco più di un buon bootleg. Solo per fanatici (come il sottoscritto...), la versione doppio cd va più che bene. 

sabato 15 novembre 2014

Sono malato, ma non definito



Sono malato.

Da qualche anno ho una crisi di rigetto verso etichette, definizioni, categorie, scomparti e paratie stagne, steccati, classificazioni, ideologie. Mi sembrano tutte come la cloaca in cui i protagonisti di Star Wars vengono gettati, coi muri che si chiudono tentando di schiacciarli, mentre bestie e serpentoni vari cercano di strangolarli.

Non mi limito più a ricordare con orrore, in un attacco di claustrofobia socio-antropologica retroattiva, i tempi in cui ambivo a far parte di gruppi e organizzazioni, grandi o piccole che fossero, per soddisfare una voglia di appartenenza: la parrocchia, il fan club dei Simple Minds, il partito, la palestra, il sindacato. D'altra parte ero immaturo; o completamente pazzo.

No, ora rifuggo con risolutezza ogni occasione che mi metta nelle condizioni di essere definito da qualcun altro; fino ad un eccesso (perché so di essere malato) di spirito di contraddizione auto-contraddittorio, come stato mentale. 

Voi direte: che ti frega di quello che pensano gli altri? Nulla, ma non è questo il punto.

È che mi sento preda di una sorta di agorafobia spirituale, e (anti)ideologica, che ha prodotto in me una forte allergia verso una serie di oggetti, stati e situazioni, anche temporanee, che va dal numeretto per la coda all'ufficio postale fino alla tessera di socio di "associazione culturale" (che ti fanno fare per forza se vuoi vedere anche una sola volta uno spettacolino a teatro), su su, fino all'avversione per le grandi ideologie e religioni, gabbie infernali dove uomini vuoti diventano mostri.

Non ho più tessere, di alcun genere: quest'anno ho omesso di rinnovare l'adesione alle ultime due associazioni (la cui opera è peraltro meritoria, lo ammetto) di cui facevo parte; mi restano solo il codice fiscale, la tessera sconti della libreria e del supermercato. Ma pure quelle cominciano a diventare pesanti, nel portafogli.

Detesto quando si cerca di definire qualunque cosa, dal genere musicale nei negozi di dischi (oltretutto, come si fa a mettere gli Incubus nel reparto "hard and heavy" e i Kraftwerk tra le "nuove tendenze"?) alla cucina, fino alle persone per la loro condizione, le loro scelte e le loro idee.

E mi prudono le mani quando qualcuno cerca di appiccicarmi addosso un'etichetta, dopo avermi sentito pronunciare appena due vocaboli e la prima sillaba del terzo.

Ma nel fondo, forse, c'è lo sconforto per la consapevolezza dell'impossibilità di essere totalmente liberi, qualunque cosa voglia dire, in un mondo che assomiglia a una gigantesca ruota per criceti.

Che malattia è?

martedì 19 agosto 2014

Di gay e barzellette


Parliamone adesso, a mente fredda. E cominciamo dalla coerenza: la coerenza è una brutta bestia. Sfugge, è difficilissima da conquistare, è pesante da portare. E' un'arma a doppio taglio: se ne parli - specie se quella di altri - sarebbe meglio se l'avessi già. Per cui, io per primo dovrei parlarne con cautela.

Non compro mai giornaletti scandalistici per casalinghe intellettualmente ipodotate, e non intendo cominciare proprio ora; quindi del numero di Visto con l'opuscolo con le barzellette sui gay non so nulla, se non quello che ho letto su giornali e social. Ma mettiamo per un momento che le barzellette che contiene siano tutte come quella che sta in copertina: stupida, certo, perché priva di sostanza e intelligenza, non fa altro che riproporre lo stereotipo fine a se stesso (come tutti gli stereotipi) del gay effemminato. I maschi effemminati esistono, ma barzelletta è un'arte, ricordiamolo, grandi dello spettacolo come Gino Bramieri ci hanno costruito una carriera. La barzelletta, se possiedi quest’arte, si può proporre anche in prima persona, ottenendo che a coprirsi di ridicolo sia proprio chi la racconta.

Molti, gay e non, si sono sentiti offesi da questa iniziativa. L'editore l'ha difesa, il direttore si sarebbe scusato. Si è detto: i gay sono discriminati, non sono come i Carabinieri. Vero. Quello verso i gay è un vero e proprio razzismo di Stato, che discende direttamente dal razzismo di matrice religiosa (la religione, si sa, ha generato o avallato pressoché ogni tipo di razzismo), la discriminazione politica dei gay in Italia è un dato di fatto.
Facciamo un passo indietro: ricordate l'episodio sanremese de I soliti idioti, che su palco della manifestazione nazional-popolare hanno riproposto lo sketch dei due gay Fabio e Fabio? Ne scrissi in un pezzo; forse varrebbe la pena rileggerlo, perché tra i due episodi ci sono molti punti in comune. Nei commenti sono stato aspramente criticato, a volte a sproposito.

Il punto è: ci sono argomenti o categorie di persone su cui non si può fare satira, ironia o semplice scherno? E' vero: i gay si trovano in una situazione ben più complessa dei Carabinieri – peraltro antropologicamente stupidi, secondo la consuetudine barzellettiera italica - o gli obesi. Ma l'attitudine a canzonare dei soggetti perché non conformi all'immaginario collettivo della persona "regolare" è la stessa.

Anche io, come tanti, rincorro la coerenza: ma raramente la raggiungo, sono conscio che è una vera impresa. Ma a parziale scusante, posso addurre il fatto che io sono un pirla qualunque, non conto niente. Diverso è il discorso se parliamo di personaggi pubblici, a maggior ragione se si tratta di "moralisti di professione": da loro la coerenza io - io - la pretendo! Sennò per me sono solo dei buffoni, con tutto il rispetto per i buffoni veri, che la loro è una nobile arte.

Quanti di quelli che in questi giorni si sono stracciati le vesti per l'opuscolo con le barzellette sui gay hanno reagito allo stesso modo quando Berlusconi o Brunetta vengono sfottuti per la loro bassa statura, non (non solo) fatti bersaglio per le loro posizioni politiche, o Mario Adinolfi per il suo peso?

Dal punto di vista legislativo, sostengo la necessità di una legge che punisca l'omofobia (ma non penso che se ci fosse non si racconterebbero più barzellette sui gay). OPPURE: sostengo l'abolizione dell'intera legge Mancino e vorrei che il vilipendio della religione, qualunque cosa voglia dire, fosse depennato dal codice penale. A proposito della coerenza che manca ai razzisti cattolici, tra sentinelle in piedi e altre manifestazioni che oscillano tra il ridicolo e la formidabile ipocrisia.

Ma le barzellette c’entrano poco, e una questione sociale e politica grave come la cultura dell’omofobia non si risolve pretendendo la chiusura di un giornale, per quanto deleterio per le capacità di raziocinio di chi lo legge. Forse il problema vero, come ha scritto Michele Fusco ieri su Il Fatto quotidiano, è che quelle "barzellette" non fanno ridere, piuttosto fanno schifo.

A proposito: «gli eterosessuali una volta morti torneranno ad essere cenere. E i gay? Cipria!».




martedì 5 agosto 2014

Scacco matto


Toccava a lui. Avevo sulla mia sinistra un pedone e poi un cavallo, ed io ero sulla linea d'attacco del Re, due case oltre. Il Re, chiuso nell'angolo, era alla mia portata. Se muoveva in verticale sarebbe stato alla portata del cavallo, se muoveva in orizzontale avrebbe subìto l'attacco del pedone; se muoveva in diagonale, sarebbe toccato a me. Scacco matto!

Ero stato piuttosto bravo, a quanto pare, ciò che dovevo fare era chiaro e semplice. 
A dire il vero non ricordavo molto altro. Per dire, non ricordavo quasi nulla di quello che era accaduto fino a quel momento, né quanto tempo era passato dall'inizio della partita.

Non riuscivo a mettere a fuoco i volti della mia famiglia e dei miei amici, quando avevano scelto me per giocare, avevo rimosso le parole che avevano pronunziato per sottolineare l'importanza della partita; solo vagamente, si affacciavano sulla soglia della coscienza le lacrime, la tensione, la paura che li dominava mentre mi accompagnavano alla porta del Palazzo, di accecante avorio contro il nero cielo profondo. In un momento solenne e terribile al tempo stesso.

Quanto tempo era passato? Credo un'eternità. Ero un giovane alfiere, un ragazzo con tante speranze ma le spalle troppo strette per reggere il peso di quel gioco. Dal cui esito dipendevano le sorti di un mondo intero: una posta altissima. Tuttavia non avevo scelta, dovevo giocare.
Ancora meno ricordo le fasi del gioco, so solo che quando cominciammo ero frastornato dall'imponenza del luogo, dal fasto della corte, dalla fierezza dei soldati che sorvegliavano ogni mia mossa, ogni mio respiro. 
Mi raccomando Agnòs, qualcuno mi disse, la nostra vita è nelle tue mani. E anche la tua: se fallirai per tutti noi sarà finita per sempre, non ci saranno rivincite. 
Si, alla fine qualcosa comincio a ricordarla.

Ora, restavamo solo io e il Re, nella sua lunga tunica bianca ancora candida, la tiara imperlata  e scintillante, e lo scettro dorato, lungo e sottile, contro l'infinita volta oscura del cielo stellato. Ad affacciarvi oltre la scacchiera, avreste visto il baratro infinito pieno di stelle ovunque lo sguardo potesse arrivare.  Anche sotto il grande pavimento di ebano e avorio, avreste scorto solo un'infinità di stelle, e il vortice eterno di un cuore galattico. 

La scacchiera volteggiava nel vuoto senza fine, illuminata di luce bianca e gelida da un astro lontano, posto allo zenit, una luce che non proiettava ombre. Questo è tutto ciò che restava del mondo, alla fine della partita: le montagne, i laghi, le terre lussureggianti di boschi e coltivazioni, i fiumi e i mari, gli animali; le città brulicanti di uomini, i castelli solitari; lo stesso Palazzo del Re bianco. Tutto questo, un mondo intero, era prima cambiato e poi sbiadito, si era dissolto pezzo per pezzo, man mano che la partita procedeva; in ultimo, si aprirono volando nel nulla, come un gigantesco sipario, le pareti della immensa sala del trono, col pavimento-scacchiera. Nulla del mondo conosciuto esisteva più, se non la grande scacchiera volteggiante nel cosmo infinito, io ed il terribile Re bianco, autore di tanta ingiustizia, famoso per la sua ferocia, che dominava ovunque fin dalla notte dei tempi.
Mi avevano messo in guardia, mi pare, dalla sua astuzia e scaltrezza, ma a vederlo lì all'angolo,  solo, sgominata la sua guardia, non sembrava più tanto terribile. Cosa poteva accadere? Dovevo solo muovere, e millenni di ingiustizie sarebbero giunte alla fine, il regno del terrore sconfitto, la libertà, la dignità degli uomini tornate a fiorire.

Poi accadde: il Re parlò. 
- Dimmi, Agnòs, prima che tu mi uccida: cosa faresti se le persone che ami e tutto ciò cui tieni fossero sotto una minaccia mortale? 
- Maestà,  risposi, farei qualunque cosa per difenderli.
- Saresti disposto anche ad uccidere?
Dovetti pensarci un minuto, prima di rispondere. Mi tornavano alla memoria le parole del mio maestro, un'eternità di tempo addietro: «Al cospetto del ladro recupera il maltolto, al cospetto del mentitore ristabilisci la verità, al cospetto dell'assassino difendi la vita, al cospetto del tiranno riscatta il mondo». La domanda del Re sembrava proprio una trappola, dovevo aspettarmi un ultimo tentativo di imbrogliarmi per salvarsi, il sovrano era famoso oltre che per la ferocia anche per la sua astuzia; ma io sapevo bene come rispondere. Non ci sarei cascato.
Tuttavia non ebbi il tempo di rispondere, perché il Re parlò di nuovo, come se leggesse i miei pensieri e potesse così anticipare la mia risposta.
- Sai, Agnòs, ho affrontato questo dilemma nel mio cuore per tutta la vita. Farsi carico di governare il mondo è gravoso, impone scelte difficili ed è impossibile sottrarsi alla responsabilità delle scelte. Anche io ho dovuto decidere tra il bene dei miei cari e di tutto ciò in cui ho creduto, e il destino del resto del mondo. Le idee, Agnòs, sono materia viva, non sono astratte. Io ho difeso le mie idee come tu hai sempre fatto con le tue; e io certo non ti biasimo per questo. Ciascuno di noi due al posto dell'altro si sarebbe comportato allo stesso modo, nel tuo cuore lo sai bene: puoi dunque biasimarmi per quello che ho fatto nella mia vita?
- Maestà, le sue decisioni sono state cariche di conseguenze nefaste per il mondo intero...
- A dispetto di quello che ci sembrava da giovani, Agnòs, il mondo non è di un solo colore, e non è un luogo felice, ha sempre bisogno di salvezza e redenzione. Impone delle scelte, e le scelte sono sempre dolorose per qualcuno, è inevitabile in un mondo così complesso in cui ognuno aspira a libertà e giustizia secondo la propria indole. Chi porta questa corona sulla testa e questo scettro nella mano destra, ha sulla testa e nel pugno anche questa responsabilità, che certo produce conseguenze per alcuni, ma anche un marchio incancellabile su di lui. Ho pensato - come avresti fatto anche tu - al bene di ciò che avevo di più caro, il resto è stato conseguenza. Ma la mia parte di bene l'ho prodotta, perché nulla è solo bianco o nero. Ho protetto ciò che avevo nel cuore: ho fatto il mio dovere.
Non sapevo esattamente cosa rispondere. Dentro di me, in fondo, sapevo che aveva ragione: in un lampo, vidi davanti agli occhi il mio villaggio, la mia famiglia, il volto di colei che amo. So cosa avrei fatto, con quella corona in testa, e potevo anche immaginare le conseguenze delle mie scelte su chi non mi è stato amico. Ma sapevo anche cosa dovevo fare in quel frangente, perché anche in questo, lui si sarebbe comportato come me. Tuttavia cominciai ad essere inquieto, perché non avevo mai considerato di poter avere qualcosa in comune con il Re del terrore.
- Ma adesso hai vinto tu - concluse il Re distogliendomi dai miei pensieri - e ora devi fare la tua scelta. Sono pronto ad accettarne le conseguenze.  Un'ultima cosa ti chiedo, però, prima che tu muova: apri il tuo cuore, e ammetti che al mio posto avresti fatto le stesse scelte. Un atto di onestà che resterà tra me e te, per sempre, e ti renderà migliore, quando prenderai il mio posto.
Faticai a comprendere quelle parole: io al suo posto?
- Si, Agnòs, tu sei predestinato: governerai il mondo quando io sarò caduto. Così sta scritto: «Colui che ridurrà il Re all'angolo, prenderà il suo posto», e nel dire questo, si tolse la pesante corona dalla testa e la porse verso di me. 

L'antico Libro! Quello che conteneva ogni ordine di verità e profezia. Scritto - si diceva - prima della creazione, infallibile ed eterno. Sul quale il Re bianco aveva fondato il suo potere e il suo dominio attraverso le ere. Era vero, mai nessuno prima d'ora aveva costretto il Re all'angolo, ogni libro di storia ne avrebbe parlato, altrimenti, egli stesso non sarebbe esistito, non avrebbe imperversato e generato tanta sofferenza, non avrebbe sfidato beffardamente il mondo in quella partita, e io non lo avrei avuto di fronte in quel momento. Dunque, egli doveva dire il vero.

Tuttavia non mi sentivo ancora tranquillo. Ma ero esausto, e - pensai - perfino il Re della crudeltà in punto di morte non può mentire. Se invece stesse mentendo, dovrei solo far finta di assecondarlo; non sembra difficile. 

Un atto di accondiscendenza compassionevole avrebbe ritardato l'ineluttabile solo di pochi secondi, e io avrei regnato senza avere sul cuore il peso di averglielo negato. Il nuovo regno, la nuova era della luce, sarebbe iniziata sotto il segno della compassione.
Dunque, presi la corona, e la posai lentamente sulla mia testa.

Quello che accadde dopo, fu questione di pochi istanti. Dapprima mi sentii perdere l'equilibrio per un istante, come quando ti alzi dal tavolo dopo un'abbondante bevuta, e mi trovai nella casella ad angolo, al posto del Re; con la sua corona in testa. Fu il Re stesso a spingermi nel vuoto con una mossa rapida e decisa: ebbi appena il tempo di vedere il suo sorriso trionfante, solo il tempo di realizzare che ero appena caduto nella sua trappola, che il piano, ordito sicuramente da molto tempo, era proprio quello. Il Re ero io, la corona era sul mio capo, la profezia del libro si era realizzata. Poi sentii un rumore lancinante, come lo stridio possente di una bestia gigantesca, e di milioni di cristalli che esplodevano in frantumi, provenire da ogni parte.

L'urlo di trionfo del nuovo Re riempiva il cosmo intero. Solo ora che sono a tale distanza da non riuscire più a udirlo né a scorgere la scacchiera, nell'antico Palazzo d'avorio risorgente, solo ora entrano nelle mie orecchie - lontane e in dissolvenza - le voci terrorizzate e deluse della mia gente, il pianto disperato della mia donna, il suono cupo di un mondo intero che sprofonda in un nuovo regno di terrore. 
Volteggio nel vuoto in caduta veloce, il vortice caldissimo si avvicina alle mie spalle. Tra non molto sarò nell'orizzonte degli eventi e di me non resterà nulla, nemmeno il ricordo del mio breve passaggio nel mondo. 

In fondo, io ho solo voluto esercitare la compassione. Adesso, con onestà, ditemi: al posto mio, non vi sareste comportati allo stesso modo?

Già pubblicato qui.

sabato 2 agosto 2014

É difficile riconoscerli



É difficile riconoscerli. Bisognerebbe saper cogliere piccole sfumature di tristezza nello sguardo, quel velo d'ombra grigia nell'espressione, come il filo di un palloncino gonfio di paura e incredulità che i bambini tengono per mano sopra la testa. 
Vestono allo stesso modo di sempre, curano la barba o la pettinatura, la manicure, la scelta degli accessori, come hanno fatto ogni mattina fino ad ora, scelgono con cura l'abbigliamento indossando i capi migliori che hanno; come sempre, infilano gli auricolari nello smart phone e ascoltano la stessa musica, gli occhiali da sole eretti a barriera tra il mondo e il vuoto che hanno dentro, un sistema di vasi che non devono assolutamente comunicare. Non si fanno mancare il caffè al bar, spesso con un cornetto. Come hanno sempre fatto.
Viaggiano a passo deciso, scendono in metropolitana e si lasciano trasportare, gesticolando come gli altri pendolari o leggendo qualche pagina di un libro, acquistato perché in offerta. 
È difficile riconoscerli, perché tutti sono riluttanti a cambiare abitudini, tentano di ignorare che stia davvero accadendo, coltivano la routine come se servisse ad esorcizzare la sventura.
Ogni movimento, ogni singolo gesto, ogni rituale quotidiano; questa è la tattica scelta per conservare la dignità e provare a restare esseri umani interi, resistere a quella bestia feroce ed affamata che è la perdita del lavoro. Che è come il pianoforte che ti piove in testa nei cartoons, mentre passeggi tranquillo, come cadere da un treno in corsa, e provare a risalire mentre si viene aggrediti dal mostro opportunista generato da un sistema che si nutre di tanti altri come loro, mentre tutti gli altri sembrano al sicuro.
Un sistema retto da un ridicolo assioma incorporeo - un artifizio retorico scollegato dalla realtà dei fatti - che qualcuno ha preteso "...fondato sul lavoro".
E che invece è crollato con tutto il suo peso addosso a quelli come loro.
Salvare l'apparenza, un sottile fotogramma di normalità, aggrapparsi alla consuetudine, la sola circostanza che li separa dalla presa di coscienza, dalla rassegnazione, il filo sottile del funambolo sul baratro della pazzia.
Davvero, è quasi impossibile riconoscerli. 

Pubblicato ieri qui.


sabato 28 giugno 2014

Condominio Roma


In uno dei "discorsi da bar" più in voga, quale che sia l'oggetto della discussione, si sostiene che all'Italia servirebbe un bel periodo di dittatura, almeno qualche anno, per rimettere genericamente tutti "in riga", ovvero ristabilire il rispetto delle regole in un "ordine" non meglio precisato. Questo si accompagna inesorabilmente a qualche forma di intolleranza palese, quando porta a identificare un gruppo sociale come causa dei problemi di cui si parla, del degrado e dell'anarchia imperanti. Il rimpianto del mascellone, evidentemente da parte di chi "quando c'era lui" non era nemmeno nei sogni dei nonni, è sempre trendy, ma viene stigmatizzato come folcloristico, quando va bene, liquidato ideologicamente come fascismo fuori tempo massimo negli altri casi. E' un errore.

Razzismo e aspirazioni al totalitarismo costituiscono sempre la resa della civiltà, però qualche volta è utile cercare di comprendere (ma mai giustificare, sia chiaro) le ragioni di queste pulsioni, allo scopo di neutralizzarle e prevenirle.

Stiamo parlando di Roma, una città morta, un cadavere di cemento in fase avanzata di decomposizione, dove vermi e liquami mortuari spadroneggiano e divorano tutto. E dove, giorno dopo giorno, emerge appunto l'intolleranza.

Un'enorme discarica a cielo aperto. Una città dove ovunque si sente impetuoso il puzzo dell'immondizia che si macera all'aperto, immondizia che nessuno raccoglie da mesi e tra la quale grossi sorci passeggiano indisturbati; dove il commercio abusivo, in mano alle mafie asiatiche, prospera ai danni del commercio legale, strozzato da tasse e burocrazia; dove nessuna violazione elementare (importante perché chi è incivile nel poco, è incivile anche nel molto, attenzione) viene perseguita seriamente: dal divieto di sosta, in una città soffocata dal traffico e dalla sosta selvaggia, alle discariche abusive, dai danni causati dai writers e dai "taggaroli" allo scippo militarmente organizzato su mezzi pubblici, e così via. Dove chi amministra si lascia andare alla demagogia, naviga a vista e non ha un progetto di sviluppo o almeno di uscita dall'emergenza, né un'idea anche vaga di quali siano i problemi veri della città (città che invece ha un potenziale enorme) e  di come affrontarli. E tradisce quel bisogno di bellezza e di cura di se stesso che sta nell’anima di ogni essere umano, bisogno che se ignorato e non realizzato porta all’abbruttimento e all’inselvatichimento. 

Una cancrena che sta portando i cittadini esasperati e abbandonati verso posizioni estremiste e spinge ad invocare soluzioni spicce, offrendo all'esasperazione bersagli facili, soprattutto rom e immigrati; molti dei quali hanno preso il sopravvento e dilagano in quel brodo di coltura del razzismo che è il lassismo istituzionale. Roma è una città in un perenne day after da incubo.

Come si è arrivati a questo punto?

Nello scioccante romanzo Il Condominio, pubblicato nel 1975, J. G. Ballard racconta degli abitanti di un grattacielo di 40 piani che nel giro di pochi mesi regrediscono  ad un livello primitivo ed estremamente violento, fino al cannibalismo. Apparentemente perché indotti dall'edificio stesso, come fosse animato, come se l'architettura, in generale, ed un progetto con diverse pecche, nel particolare, potessero influire maleficamente su millenni di progresso civile e culturale. E' facile intuire, invece, che sono gli stessi inquilini (il genere umano, se assumiamo il palazzo come la sua casa, ovvero il pianeta Terra), tra i quali lo stesso progettista del grattacielo, a decidere del proprio destino, accondiscendendo a istinti anti-sociali - inizialmente sotto la classica forma della lotta di classe, esemplarmente descritta come lo scontro tra inquilini dei diversi livelli del grattacielo - che qualcuno vorrebbe insiti nella natura umana.

E' una splendida metafora di quello che sta accadendo a questo paese, di cui Roma, la capitale, è il paradigma perfetto: l'atavica indifferenza per il benessere collettivo, il menefreghismo radicato, la propensione all'arroganza e all'egoismo, la ricerca del proprio vantaggio a danno del prossimo, in sostanza una stupefacente dis-educazione alla comprensione del valore del rispetto reciproco su cui si basa la convivenza civile, qui imperano. Le istituzioni, anche nel ruolo educativo che gli compete, come dicevamo latitano.

Questo degrado estremo meriterebbe una reazione vigorosa della parte incorrotta della cittadinanza, una vera e propria rivolta popolare verticale (ovvero verso le istituzioni); invece i cittadini sono o inconsapevoli perché assuefatti al degrado (tolte le lodevoli ed eroiche eccezioni), nati e cresciuti in questo contesto; oppure troppo spesso rassegnati, quando non proprio disinteressati, e quindi - di fatto - conniventi e artefici essi stessi dell'incuria che li circonda. Perché - parliamoci chiaro – in un contesto come questo, fa comodo a tutti poter parcheggiare in doppia fila senza pagare dazio (e parcheggio), poter viaggiare gratis sui mezzi pubblici, pagare un'inezia per una borsa “griffata” contraffatta. Alimentando così il circolo vizioso che fa prosperare l'imbarbarimento e l'impoverimento, del quale magari gli stessi soggetti si lamentano, senza pudore. Imbarbarimento dal quale poi è comodo avere l'illusione di poter uscire incolpando, come dicevamo all'inizio, dei bersagli facili perché in bella vista: clochard, nomadi, gente che vive al margine ma ben visibile, i soggetti preferiti dalla intolleranza montante. Da parte loro, perché molti di questi non dovrebbero accamparsi su ogni marciapiede defecando in pubblico, perché non dovrebbero scippare viaggiatori sulla metro e rubare rame ovunque, insozzare con l'acido o la vernice ogni muro e ogni treno della metropolitana, se il messaggio che arriva a loro - come a tutti - è che a Roma si può fare tranquillamente?

Ecco, camminando per Roma si ha un'idea precisa di quale sia il brodo di coltura del razzismo: il lassismo, spesso travestito da buonismo o stupido politically correct. L'assenza delle istituzioni, di chi scrive le regole ma poi si disinteressa della loro applicazione; e dei cittadini che non ne pretendono il rispetto perché non capiscono che è nel loro stesso interesse, e le vivono come un fastidio. Ma inclinano facilmente verso il razzismo, perché è più facile e persino consolatorio.

Il degrado.

Se in un sistema funzionante si verifica un guasto, quel guasto va riparato subito, per ripristinare la piena funzionalità del sistema, così come una macchia d'olio va asciugata subito, prima che si espanda e si propaghi. E' la teoria delle finestre rotte: in una città efficiente e pulita, se un giorno una finestra si rompe (o viene rotta), va aggiustata subito, e non lasciata lì così com'è. Altrimenti, la gente che passa e vede la finestra rotta, uguale giorno dopo giorno, è indotta a pensare che tutto sommato sia normale e non così disdicevole avere una finestra rotta (o romperla di proposito). E se è normale e non disdicevole, il meccanismo si ripete all'infinito, fino ad avere una città piena di finestre rotte, cioè degradata e abbandonata a se stessa. Ovvero, il circolo vizioso di cui sopra.

Roma è la città dalle finestre rotte, dove il degrado (materiale e morale), nutrito da decenni di latitanza delle

mercoledì 2 ottobre 2013

Il dialogo

atto unico

sipario

scena:

Un cortile, un chiostro con porticato;  spazioso, luminoso.
Ad un estremo un pesante portone in legno a due battenti;  all'estremo opposto un podio composto da un trono e due sedili a fianco, uno a destra e uno a sinistra, antichi, in legno istoriato e lamina d'oro. Sul trono siede un cardinale in tenuta da cerimonia solenne, due vescovi siedono al suo fianco, bardati allo stesso modo.
Al centro del cortile un lungo tavolo, disposto longitudinalmente, imbandito con ogni ben di dio: cacciagione,  frutta, dolci...
Ai lati del tavolo, da una parte e dall'altra, alcuni altri cardinali e vescovi  e una fila di una decina di preti e seminaristi molto giovani, tutti in abito talare e cappello 'saturno'. A guardia del portone, dal lato interno, due guardie svizzere impettite, con l'alabarda.

Il portone si apre cigolando, spinto da altre due guardie svizzere che stanno all'esterno: in mezzo a loro un uomo in piedi esita, sbirciando dentro. E' vestito con scarpe da cantiere, jeans e una t-shirt bianca. Macchie di calce e cemento. Giovane, sulla trentina, porta un orecchino. Le guardie gli fanno cenno di entrare indicando con la testa il centro del chiostro.
L'uomo, vistosamente frastornato e intimorito, si incammina esitando. Le due guardie che stavano all'esterno restano al loro posto a guardia del portone, quelle che stavano all'interno seguono l'uomo passo passo, fino al tavolo imbandito, dove si fermano.
Davanti all'uomo, i tre sul podio lo guardano e tacciono, col volto senza espressione. Quando l'uomo si ferma davanti al tavolo, con espressione interrogativa, tutti e tre - all'unisono - sorridono, con un sorriso ampio ed esagerato.
Il cardinale lo benedice col consueto gesto della croce con le tre dita unite, dopodiché parla all'uomo.

"Benvenuto figliolo, benvenuto nel Cortile dei Gentili"
"ehm, grazie. io..."
"la ringraziamo" fa il primo vescovo "per aver accettato il nostro invito..."
"veramente mi hanno portato qui di peso quei due..." (indica dietro di sé le guardie)
"... a dialogare con noi" fa il secondo vescovo, senza ascoltare l’uomo
Cardinale: "Santa Madre Chiesa vuole che anche i gentili odano la parola di Dio"
primo vescovo: "poiché anche dentro di voi esistono le domande fondamentali..."
secondo vescovo: "... e un sano atteggiamento di ricerca che deve essere assecondato..."
C: "...affinché, pur senza conoscerlo e prima che abbiate trovato l' accesso al suo mistero, Dio possa..."
pv: "... manifestarsi anche a voi... "
(l'uomo segue con lo sguardo i tre, spostando la testa dal primo al secondo e al terzo e poi di nuovo al primo e così via, mantenendo un sguardo tra il perplesso e l'ebete)
sv: "... come il Puro e il Grande, anche se rimane a voi ignoto..."
C: "... in questa società secolarizzata, dove sono ahimè smarriti i valori fondanti..."
pv: "... dell'umanità, anche voi..."
sv: "... non chiudete la porta e non restate nel vostro..."
C: "... timore di essere oggetto di evangelizzazione. Ha capito?"
uomo, dopo qualche secondo di silenzio: 
"beh, io..."
pv: "lei è ateo, vero?" con sguardo interrogativo e ansioso, improvvisamente severo; i tre si sollevano dalle loro sedute sporgendosi in avanti; tutti nel cortile restano in sospeso in attesa della risposta dell'uomo, che alla fine, dopo essersi guardato intorno, risponde:
"Beh, in un certo senso..."
tutti emettono un sospiro di sollievo, i tre vescovi si risiedono.
uomo: "senta santità..." (un seminarista attira la sua attenzione con un colpetto di tosse, e gli fa cenno di no col ditino)
"ehm... eminenza, eccellenza… insomma, io stavo lavorando al cantiere tranquillo e sereno, all'improvviso arrivano questi due vestiti come a carnevale, mi prendono senza darmi una spiegazione e..."
viene interrotto con un gesto della mano dal cardinale.
C: "figliolo, noi vogliamo aiutarla; sappiamo che lei, in quanto ateo, ha un profondo bisogno di conoscenza della Verità..."
pv: "... perché la sua vita senza dio è incompleta..."
sv: "... e la stessa Chiesa Madre ha bisogno di condurre ogni anima al Signore..."
C: "... ecco perché lei è qui. Lei ha bisogno di noi!"
u: "io ho solo bisogno di portare a casa la pagnotta, se non torno subito in cantiere mi licenziano, quindi con permesso, è stato un piacere... " indietreggia e fa per voltarsi, quando sente un oggetto appuntito infilarsi tra i suoi glutei: una guardia svizzera gli ha puntato l'alabarda sotto la schiena
C: "con calma figliolo"
(la guardia ritrae l'arma)
pv: "il dialogo è importante"
sv: "voi atei state sempre a dire che noi siamo intransigenti e assolutisti..."
C: "... per questo noi vogliamo che sia avviato un sano dialogo..."
pv: "... per il bene di tutti"
u: "ma... ma... io..."
l'uomo sente una mano sulle sue natiche, si volta e vede un seminarista, che ritrae la mano di scatto.
seminarista: "scusi, sa, volevo solo vedere se l'alabarda ha prodotto uno strappo nei suoi pantaloni"
sv: "ciascuno di noi ha in sé un non credente e un credente... "
C: "... che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano..."
pv: "... continuamente domande pungenti l'uno all' altro"
sv: "lei sente dentro di sé una domanda pungente?"
u: "più che altro, un attimo fa sentivo qualcosa di pungente dietro di me"
C: "suvvia, non faccia battute infantili. lei avrà senz'altro dentro di sé una domanda..."
pv: "... urgente di spiritualità, avrà una..."
sv: "... legge morale che fa parte della natura umana..."
C: "... e l'impronta del Creatore. Lei ha tutte queste cose proprio dentro di sé"
"mettiamogli dentro anche una carota!" fa un seminarista, subito zittito da un confratello con una gomitata nel fianco
u: "sentite, non fraintendetemi, ma io ho altre priorità che cercare un dialogo con voi, con tutto il rispetto, io..."
l'uomo sente una mano sulla coscia, si volta e vede un altro seminarista che gliela tasta
u: "ma insomma" scacciando il seminarista, che ritorna al suo posto camminando carponi e guaendo come un cane "che volete da me?"
pv: "si faccia evangelizzare"
sv: "ci permetta di portarle la buona novella"
u: "quale novella?"
un’espressione di sconforto si disegna sul volto dei tre religiosi
"prego, favorisca", fa un terzo seminarista indicando il tavolo "si serva pure" e si sfrega le mani contento come una pasqua.
visto che i tre sul podio stanno confabulando tra di loro, l'uomo, sospirando, si avvicina al tavolo e allunga la mano per servirsi
"ma che fa?" gli urla di scatto il cardinale, indignato
"metta subito giù quella tartina!", gli fa eco il primo vescovo, perentorio
"quella è roba nostra!", ribadisce il secondo vescovo, con la faccia feroce
l'uomo rimane con la mano a mezz'aria, stupito, e rimette giù la tartina che aveva afferrato. Poi dice:
"sentite, davvero, io non so cosa volete, ma avete trovato sicuramente la persona sbagliata, per cui io andrei..."
"figliolo", fa il Cardinale tornato mansueto, "lei è felice? riesce a dare alla sua vita" (si alza e avanza verso l'uomo) "un significato?"
"Conosce" fa il primo vescovo, alzandosi pure lui "il significato della parola speranza?"
"ritiene di avere un progetto ben definito di vita?" e il secondo vescovo si alza a sua volta
L'uomo riflette, mentre tutti lentamente si avvicinano a lui, poi deve ammettere:
"beh, non so esattamente, ma mia moglie è un po' di giorni che non me la dà, forse ce l'ha con me, e..."
i tre si fermano un attimo, nascondono a stento un moto di stizza, poi proseguono verso di lui girando intorno al tavolo
C: "lei è un uomo fortunato, figliolo"
pv: "la riapertura del Cortile dei Gentili voluto dal nostro beneamatosantopaaadre..."
sv: "... è un'occasione davvero speciale, qualcosa che..."
C: "... è accaduto raramente nella storia..."
pv: "... di Santa Madre Chiesa"
l'uomo volta continuamente la testa per seguire con lo sguardo i tre che parlano, oramai vicini a lui, e si guarda intorno e alle spalle, vedendo che anche tutti gli altri si sono avvicinati. Non si sente affatto sicuro, e questo traspare dalla sua espressione, facendo fremere di una strana eccitazione tutti i presenti. Indietreggia verso l'uscita ma viene circondato prima di raggiungerla.
C: "la Chiesa vuole il dialogo..."
pv: "... vuole il bene comune..."
sv: "... e siamo qui a dimostrarlo..."
C: "noi dobbiamo dialogare, capisce?" mettendo l'accento sulla parola 'dobbiamo'
"basta parlare, qualcuno gli metta un limone in bocca" si sente pronunciare, mentre il cerchio si stringe intorno all'uomo
u: "aspettate, un momento, ma cosa..."
C: "su, figliolo, non ci deluda..." allungando le mani su di lui
pv: "... dialoghi con noi..." afferrando l'uomo per un braccio
sv: "... si faccia evangelizzare!"

il cerchio dei presenti si chiude intorno all'uomo. l'uomo urla. le due guardie svizzere rimaste fuori chiudono il portone.
Mentre si chiude il portone, si intravedono gli abiti dell'uomo che volano in aria; chiuso il portone si sentono da fuori rumori confusi di grida eccitate, mandibole che masticano, ossa succhiate.

All'esterno, una guardia svizzera dice all'altra:
"oggi è già il decimo"
"e a noi non tocca mai di dialogare?"
"già: mai che ne lasciassero un pezzetto anche a noi!"
Fine
sipario

Pubblicato in origine qui.




lunedì 18 marzo 2013

Cartoline in bianco e nero

Postcards in black and white:










Sul traghetto per l'Isola del Giglio, a Venezia, a Greccio, a Lisbona, nel Chianti.

On the ferry to the Giglio Island, in Venice, in Greccio, in Lisbon, in the Chianti.
Le altre cartoline.

lunedì 24 dicembre 2012

Canto di Natale 2.0



Viveva tutto solo nei suoi appartamenti, nel lussuosissimo, immenso palazzo sulla collina posta al centro della città, dalle cui finestre si vedeva il mondo intero (o almeno così a lui pareva). Passava le giornate immerso nei suoi libri di favole, che parlavano apparentemente di ogni cosa e di ogni aspetto dello scibile umano (cioè di un mondo che lui non aveva mai conosciuto se non attraverso quei testi), libri scritti millenni addietro da autori sconosciuti in un mondo diversissimo da quello della sua epoca.

Per il vecchio Ebenezer Joseph Scroogingher la vita era tutta lì: curare gli affari della sua holding multinazionale, la W.S.D.F. Inc. (Worldwide smoke and discrimination factory) che da generazioni e generazioni apparteneva alla sua famiglia; una fabbrica di fumo ("ma della migliore qualità esistente", amava ripetere ai suoi sottoposti e ogni volta che concludeva un affare) e altri interessi che aveva ramificazioni in tutto il mondo, un patrimonio immobiliare immenso, un tesoro ricchissimo. Il vecchio Scroogingher era servito e riverito da una pletora di amministratori pubblici - infiltrati soprattutto in stati stranieri, servitori più o meno dichiarati, che contribuivano con la loro attività ad incrementare ulteriormente, giorno dopo giorno, tutte quelle ricchezze con favori e concessioni di privilegi d'ogni sorta. Essi truccavano appalti, corrompevano politici, tartassavano i loro concittadini depauperandoli, creando così valanghe di nuovi poveri che subito diventavano clienti dei centri di assistenza di Scroogingher, creando così un circolo vizioso che faceva crescere ancora di più le sue ricchezze. Il vecchio Scroogingher era un imprenditore scaltro e senza peli sullo stomaco, e per questo era detestato e mal sopportato dal popolo.

Ogni mattina Scroogingher si alzava, tirava giù dallo scaffale i vecchi volumi polverosi, che adorava sopra ogni cosa, si sedeva alla scrivania e si tuffava in quelle pagine, dopo aver avuto cura di chiudere ben bene le finestre per non far entrare nemmeno un flebile suono del mondo esterno. Dopo di che, passava in rassegna i registri contabili, per annotare l'andamento delle sue ricchezze. A nessuno dei suoi collaboratori era consentito parlare se non per adularlo, o assecondarlo in quella che era la sua seconda attività preferita: il vecchio Scroogingher una o due volte a settimana si affacciava alla sua finestra e arringava i suoi sudditi (riuniti nella piazza antistante dietro la minaccia di fuoco eterno o la promessa di godimento eterno, a seconda dei casi), ammorbandoli con racconti presi dai libri, interpretati secondo il capriccio del momento, e indicava loro quali erano i nemici da combattere. E costoro obbedivano, andando per il mondo a eseguire i suoi ordini, a suo esclusivo vantaggio.

Un vantaggio e un guadagno talmente grandi, che Scroogingher non riusciva in realtà nemmeno a controllare l'intero ventaglio delle sue attività, così di fatto egli non sapeva che alcuni suoi dipendenti facevano il loro lavoro in maniera diversa, coscienziosa, senza arrecare danno a chicchessia. Oppure - secondo i maligni - lo sapeva ma tollerava appena costoro, e con grande e malcelato fastidio.

La sera della vigilia di Natale, una sera fredda e ventosa, il vecchio Scroogingher andò a letto con qualche dolore di troppo, dovuto alla vecchiaia, e un senso di solitudine prima sconosciuto. Si mise a letto con uno dei suoi adorati libri e presto si addormentò.

Si svegliò di soprassalto sentendo rumori sinistri venire da dietro la porta: tutto tremante si alzò e andò a vedere cosa fosse. Aprì la porta, e subito vide davanti a sè Jacob Karol Marleytyla, ex socio in affari e predecessore alla presidenza della holding, uscito da un carro funebre trainato da cavalli, incongruentemente parcheggiato sulle scale interne del palazzo. Una visione tremenda, perché Marleytyla, che doveva essere ben morto, secondo i suoi ricordi, aveva un aspetto orribile: avvolto in bende lacere e col volto consumato dalla decomposizione, stretto in una lunga sequela di catene pesantissime, alle quali erano appesi strumenti di tortura, cappi e ghigliottine, casseforti ricolme di pesanti monete, lunghi rotoli contenenti i documenti pieni di livore verso qualcuno (scritti in vita), una serie di foto che lo ritraevano insieme a dittatori sanguinari e politici corrotti, molti dei volumi polverosi tanto cari anche a Scroogingher. Tutte cose che il fantasma di Marleytyla affermava lo avevano distolto dal vero bene e dalla cura del prossimo, che – in fondo in fondo - sentiva come sua responsabilità.

Marleytyla parlò a Scroogingher, dicendogli che stava scontando quella pena anche in nome suo e di tutti i suoi predecessori, e annunciandogli l'imminente visita di tre fantasmi, quella notte. Infine, gli mostrò una catena ancora più lunga e pesante, affermando che da qualche parte "laggiù" la stavano preparando per lui. Indi sparì in una nuvola di fumo dall'odore sulfureo.

Scroogingher rabbrividì, chiuse a chiave la porta dei suoi appartamenti e si infilò sotto le coperte, recitando una litania presa da uno dei suoi libri, pregando che quello fosse solo un brutto sogno.
Ma ahimè, sogno non era, e apparve il primo dei tre fantasmi annunciati da Marleytyla: il fantasma del Natale passato. Un vecchietto - che in altre circostanze avrebbe avuto un aspetto simpatico - con dei piccoli baffetti sotto il naso gli fece ripercorrere la sua vita fino a quel momento, da quando da giovane faceva il saluto romano fino ai primi libri ai quali si dedicava in modo morboso ed alienante, fino a dimenticare di vivere, di cercare di capire com'è fatto il mondo e cosa c'è dentro tutte le persone, non solo quelle a lui affini. Vide tutte le occasioni che aveva avuto per rendere il mondo un posto migliore, libero dal pregiudizio e dall'odio razziale e sociale, occasioni mai colte per paura di perdere il potere e le ricchezze acquisite spaventando la gente e mentendo. Indi il fantasma coi baffetti scomparve e Scroogingher si ritrovò tutto sudato nel suo letto, di nuovo a pregare di risvegliarsi presto da quell'incubo.

Purtroppo non fu esaudito, e il secondo fantasma apparve: il fantasma del Natale presente. Era altissimo, gigantesco, e aveva le sembianze di una transessuale di colore, atea e di origine ebraica. Il transfantasma lo fece letteralmente volare fuori dalla finestra mostrandogli dall'alto la città: in un angolo, vide alcuni suoi dipendenti - quelli che Scroogninger mal sopportava perché considerati ribelli - che condividevano poche cose con gli ultimi e gli emarginati. Erano donne, coppie non sposate o separate, omosessuali, famiglie di fatto, sposi che non potevano avere figli e non avevano soldi per accedere a tecniche di fecondazione, e tanti altri ancora. Salendo ancora più in alto, vide interi popoli oppressi da regimi che avevano la benedizione della holding di Scroogingher, lunghe fila di bambini ai quali i suoi peggiori scagnozzi, da lui protetti e coccolati, avevano fatto delle cose orribili. Alcuni di quei bambini, diventati grandi, chiedevano da anni udienza a Scroogingher, insieme alle loro famiglie, ma egli li aveva sempre ignorati. 

Molti suoi dipendenti non sapevano rispondere quando tutti questi emarginati gli chiedevano come mai il suo capo fosse tanto cattivo ed egoista. Malgrado ciò, in questo Natale essi erano felici, e Scroogingher non capiva perché. Si ritrovò infine sperduto in mezzo alla nebbia, tremando per l'arrivo del terzo fantasma.
E il terzo fantasma arrivò: il fantasma del Natale futuro. Contrariamente alle attese non aveva un aspetto terribile: era una donna - cosa che urtava la misoginia di Scroogingher - di età indefinita, dall'aspetto sano e gioviale, sguardo rassicurante, non portava addosso alcun simbolo, di alcun tipo, con ulteriore disappunto di Scroogingher che invece amava che il suo marchio fosse indossato da tutti e appeso in ogni dove. La donna indicò nella nebbia, dove stava apparendo una scena, che vide come alla tv: un funerale, gente attorno ad una salma della quale non si vedeva il volto. Scroogingher poteva sentire i loro discorsi. Uno diceva al suo vicino: «Meno male che è morto, ora sì che il mondo ha una chance di diventare un posto migliore». Un altro, un suo dipendente frustrato perché non poteva farsi una famiglia, diceva: «che sollievo, adesso mi posso rifare una vita senza l'imbarazzo di dover spiegare l'adesione alle assurdità ideologiche di quel vecchio perfido». Alcuni ridevano e prendevano in giro il morto, altri presenziavano senza tristezza o compassione sincera, ma solo per opportunismo, giustificando se stessi perché - in fondo - è quello che avevano sempre fatto, anche quando il morto era in vita. I vecchi libri polverosi venivano briciati in un angolo per scaldare dei senza tetto.

Più in là, nella cattedrale del palazzo di Scroogingher, si celebrava qualcosa, con un discorso che non era una predica e nemmeno un'omelia funebre ma che, malgrado il contenuto, sembrava liberatorio: una lunga serie di scuse ufficiali, rivolte a tutte quelle categorie di persone avversate, combattute e discriminate ingiustamente nel corso dei secoli dalla holding di Scroogingher. Era il suo successore, una donna di colore dall'aspetto gioviale; vestiva in maniera semplice, stava in mezzo alla gente e usava parole comprensibili, senza tirarle fuori da vecchi libri polverosi. Ascoltava con interesse e attenzione quello che la gente aveva da dire e rispondeva alle domande senza eluderle. Intanto, gli ex collaboratori di Scroogingher, inclusi quelli più fedeli, dividevano la holding e la vendevano, usando il ricavato in parte per sfamare i poveri del mondo (che grazie a questa operazione non conobbero più la fame per lunghi secoli) e in parte per risarcire quelli ingiustamente defraudati e avversati dalla sua holding; Scroogingher se ne avvide con dolore e indignazione. E per questo, finalmente capì:  il cadavere che nessuno piangeva era il suo. Scroogingher, allora, scoppiò in un lungo pianto liberatorio, promettendo a se stesso e al fantasma che mai più avrebbe soverchiato e perseguitato nessuno, mai più!

Fu così che Scroogingher, dopo un sonno che gli parve essere stato lunghissimo, si svegliò nel suo letto la mattina di Natale. Guardò dalla finestra e vide che era una bellissima giornata, udì le campane suonare e si sentì leggero come mai prima. I suoi servitori lo aspettavano con le vesti da cerimonia e il consueto discorso pieno d'astio verso chi non era d'accordo con lui, scritto il giorno prima, pronto per essere letto dalla finestra al popolo già riunito nella piazza. 
Allora fece chiamare il suo fedele servitore, Bob Georg Cratchitwein, gli si fece incontro allargando le braccia, gli disse «buongiorno e buon Natale!», quindi lo colpì sulla testa con una costosa scarpa italiana di pregiata manifattura, vietandogli d'ora in poi di servirgli birra non bavarese alla sera dopo cena. Riscrisse il discorso, includendo una scomunica verso i fantasmi e i fabbricanti di birra non tedeschi, i quali ora costituivano una "minaccia per la pace" e che definì "contro la dignità dell'uomo". E divenne ancora più cattivo di sempre.

Ah si, c'è sempre da imparare dai propri sogni...