mercoledì 17 ottobre 2012

Il "bene comune" a sinistra, a destra e in Chiesa



Mai espressione fu più abusata di 'bene comune', dalla politica alla religione: una sorta di passepartout, il colpo di genio per parlare senza dire nulla, e tenersi le mani libere per quando - eventualmente - si arriva al momento di mantenere gli impegni presi o giustificare le proprie azioni e posizioni.

Abbiamo appena visto il Manifesto per il bene comune della nazione, carta nebbiosa dei principi sociali e impegni programmatici dei conservatori (in realtà solo reazionari) italiani. Come sempre, s'ode a destra uno squillo di tromba e subito a sinistra si risponde... con uno squillo identico, solo impacchettato diversamente. Il Partito democratico, Sinistra ecologia e libertà il Partito socialista italiano, col consueto ritardo e la consueta pervicacia nell'inseguire il nemico nel suo territorio, stilano in vista delle primarie di coalizione un documento straordinariamente simile per la opacità di intenti e per la retorica melensa con la quale è espresso. Nella Carta d'Intenti denominata «Primarie 2012 - Per l'Italia Bene Comune», vengono espressi concetti se possibile ancora più arzigogolati di quelli espressi dai conservatori, in un documento lungo circa tre volte il primo ma che - come quello - dice tutto e niente; però lo fa con grande stile, a cominciare da capolavori di acrobazia semantica («Il nostro progetto non sarà retoricamente per i giovani, ma dovrà essere soprattutto di giovani») davvero notevoli. Bersani e i suoi amici sono da tempo in strenua competizione coi comici che li imitano e gli scrittori che li deridono, arduo compito trovare delle differenze tra l'originale e le imitazioni.

Anche in questo caso, con uno stile a metà tra il Mulino bianco (la «buona politica») e il sermone pretesco («Vogliamo contribuire [...] alla pienezza sua della vita democratica»), si espongono grandi principi, preceduti da preamboli e introduzioni interminabili, ma non si scende nel dettaglio, quasi mai, non si dice cosa - e come - si vuole fare per risolvere i numerosi problemi del paese citati nella Carta stessa. E questo è anche un modo per tenersi buoni possibili futuri alleati centristi.

Ma il copyright dell'espressione 'bene comune' ce l'ha senz'altro la religione. Senza scomodare Tommaso D'Aquino, che secondo alcune fonti fu uno dei primi a usarla (nella sua Summa), è nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica che ne troviamo l'apoteosi. A questo documento, tra l'altro, si rifà esplicitamente la diaspora dei cattolici che cercano una bussola per il loro impegno in politica, come sarà rimarcato una volta di più in occasione della seconda edizione del Forum delle persone e delle associazioni cattoliche che verrà aperto domenica prossima a Todi.

Così ne parla il documento ecclesiale, trasformandolo di fatto in ideologia: «Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s'intende l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l'agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l'agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale. Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell'essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo».

A nessuno di loro, reazionari di destra, falsi progressisti di sinistra, teocrati cattolici, viene in mente che quando un concetto è fatto proprio da persone e gruppi sociali così eterogenei, distanti, perfino opposti per storia, natura e intenzioni, forse c'è qualcosa che non va. Così, il tanto decantato 'bene comune' diventa - a dispetto di pontefici, loro sodali e aspiranti tali - un concetto del tutto relativo, svuotato di ogni significato, come già fatto per i termini 'libertà', 'riformismo' e 'liberale', che la politica da tempo ha inghiottito e trasformato in slogan da curva di stadio: il 'bene comune' dei cattolici clericali, ad esempio, potrà mai essere assimilabile a quello di chi ritiene «urgente una legge contro l'omofobia», alla quale i primi si sono sempre opposti? Quando la Chiesa parla del bene comune come «dimensione sociale e comunitaria del bene morale», a quale morale bisogna fare riferimento, se ognuno (persona o gruppo sociale) inevitabilmente ha la sua? Se cerchiamo di risolvere tutto con la consueta pretesa di infallibilità di chi ha certezze assolute su quale sia l'unica morale, non risolveremo certo la questione.

Ne consegue che siccome ognuno interpreta il concetto di 'bene comune' come gli pare, questo è quanto di più relativo ci sia; e quindi inutile, ovvero sterile di contributi utili a far progredire veramente una nazione e il suo popolo nel pluralismo delle idee. Quindi, per quanto ci spiaccia per Tommaso D'Aquino, a Roma come a Todi potrebbero anche smetterla di parlare di 'bene comune': è solo fiato sprecato.

Pubblicato ieri qui.

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