mercoledì 12 dicembre 2012

Atei e diritti umani: discriminati e dimenticati



Il 10 dicembre, come ogni anno, le Nazioni unite hanno celebrato la Giornata internazionale dei diritti umani. L'attenzione è stata posta in particolare su tutte quelle persone come le «donne, i giovani, le minoranze, le persone con disabilità, le popolazioni indigene, i poveri e gli emarginati», i quali non hanno di solito la possibilità «di fare sentire la loro voce nella vita pubblica ed essere inclusi nel processo decisionale politico.

Tali diritti umani - i diritti alla libertà di opinione e di espressione, di riunione pacifica e di associazione, e di partecipare al governo (articoli 19, 20 e 21 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo) sono stati al centro dei cambiamenti storici nel mondo arabo nel corso degli ultimi due anni, in cui milioni di persone sono scese in piazza per chiedere un cambiamento. In altre parti del mondo, il "99%" [della popolazione mondiale senza voce, ndr] ha fatto sentire la sua voce attraverso il movimento Occupy di protesta globale contro la disuguaglianza economica, sociale e politica».

Quest'anno la Iheu (International humanist and ethical union) ha colto l'occasione per ricordare alla comunità internazionale le discriminazioni che subiscono nel mondo i non credenti, pubblicando un rapporto intitolato Libertà di pensiero 2012: un rapporto globale sulla discriminazione contro gli umanisti, gli atei e i non-religiosi. Il rapporto considera le leggi che riguardano la libertà di coscienza in 60 paesi, e riporta una lista di quei casi in cui gli atei sono stati perseguitati nel 2012, in base a leggi che negano loro il diritto ad esistere, limitano la loro libertà di espressione, revocano loro diritto di cittadinanza, limitano il loro diritto a sposarsi, ostacolano l'accesso all'istruzione pubblica e ai pubblici uffici, impediscono loro di lavorare per lo Stato, criminalizzano la loro critica della religione, e la facoltà di abbandonare la religione dei loro genitori. Il rapporto denuncia un forte aumento degli arresti per "blasfemia" sui social media quest'anno.

Gli ultimi tre anni hanno visto solo tre casi, ma nel 2012, più di una dozzina di persone in dieci paesi sono stati perseguiti per "blasfemia": in Indonesia, Alexander Aan è stato imprigionato per due anni e mezzo per aver parlato su Facebook di ateismo. In Tunisia due giovani atei, Jabeur Mejri e Ghazi Beji , sono stati condannati a sette anni e mezzo di prigione per lo stesso "reato", in Turchia - forse il caso più conosciuto di recente - il pianista e ateo Fazil Say va in carcere per dei tweets "blasfemi". Sorte simile è toccata al greco Phillipos Loizos e agli egiziani Gamal Abdou Massoud, Bishoy Kamel e Alber Saber (dal comunicato della Iheu).

Il relatore delle Nazioni Unite per la libertà di religione o di credo, professor Heiner Bielefeldt, ha accolto con favore il rapporto della Iheu. Nella prefazione alla relazione Bielefeldt osserva che vi è spesso «scarsa consapevolezza» che i trattati internazionali sui diritti umani implicano che la libertà di coscienza vale anche per gli «atei, umanisti e liberi pensatori e le loro convinzioni, le pratiche e le organizzazioni. Sono quindi molto lieto che, per la prima volta, la comunità umanista ha elaborato una relazione globale sulla discriminazione contro gli atei. Spero che essa possa essere ben considerata da tutti gli interessati alla libertà di religione o di credo».

Già pubblicato qui.



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