Ucciso da un rapinatore in un
vicolo di New York, Sam osserva se stesso dall'esterno e vede calare dall'alto
un cono di luce che lo chiama a una felice esperienza post vita; il rapinatore
e assassino, invece, viene portato via di peso da ombre scure verso il buio,
verso un'esperienza che si preannuncia tutt'altro che piacevole. E' quanto
narrato nel film-cult Ghost, del 1990, ma è quanto sostengono anche
alcune persone ritornate da quello stato che viene definito pre-morte (o morte
apparente): essi raccontano una scena più o meno simile, che prevede un tunnel
nel buio con una luce in fondo, e la sensazione invariabilmente piacevole e
rassicurante di essere "chiamati" verso quella luce.
Recentemente il neurochirurgo Eben Alexander è balzato agli onori delle cronache per
aver affermato che quella esperienza (vissuta mentre era in coma per una forma
di meningite batterica) è sicuramente la prova dell'esistenza del paradiso;
Kyle Hill, invece, ha confutato questa teoria in un articolo per Scientific
American. «Alexander», scrive Hill, «sostiene che, poiché durante la
malattia la sua corteccia era "inattiva", le sue visioni di pre-morte
indicano l'esistenza di un intelletto che prescinde dalla materia grigia; e
che, quindi, una parte di noi sopravvive alla morte cerebrale». Hill cita il
neurologo Steve Novella per confutare le tesi di Alexander: quella esperienza
«si è verificata mentre le sue funzioni cerebrali erano in calo o in ripresa, o
in entrambi i momenti, e non quando vi era poca o nessuna attività cerebrale».
Senza contare che mancherebbero addirittura le prove della inattività celebrale
di Alexander.
La verità è che ci sono - al
momento - più plausibili spiegazioni razionali che teologiche o spirituali
sulle cause delle esperienze pre-morte: «La sensazione di essere morti, per
esempio, non si ritrova solo nelle esperienze di pre-morte: anche i pazienti
affetti dalla sindrome di Cotard coltivano la convinzione illusoria di essere
deceduti», secondo Dean Mobbs, neuroscienziato al Medical Research Council Cognition
and Brain Sciences Unit dell'università di Cambridge. «Questo disturbo, che può
apparire in conseguenza di un trauma, ma anche negli stadi avanzati del tifo o
della sclerosi multipla, è stato collegato a regioni del cervello quali la
corteccia parietale e quella prefrontale. La corteccia parietale è coinvolta
nei processi legati all'attenzione e quella prefontrale nelle allucinazioni che
si osservano in patologie psichiatriche come la schizofrenia. La sensazione di
uscire dal proprio corpo è comune anche nei momenti che precedono
l'addormentamento o il risveglio. Per esempio, la paralisi nel sonno - sentirsi
immobilizzati mentre si è ancora coscienti del mondo esterno - viene riferita
dal 40 per cento circa delle persone ed è collegata ad intense allucinazioni
oniriche che possono provocare la sensazione di fluttuare sopra il proprio
corpo» (Le Scienze).
Quanto al tunnel con la luce in
fondo (visione avuta anche da persone che credevano solamente di essere in
punto di morte), sostiene Charles Q. Choi su Scientific American,
«le cause di questa specifica sensazione non sono ancora chiare, ma la visione
a tunnel può verificarsi quando gli occhi smettono di ricevere la giusta
quantità di sangue e ossigeno, come avviene nelle condizioni di grande paura e
perdita d'ossigeno che sono comuni nei momenti finali dell'esistenza. Nel loro
complesso, le ricerche suggeriscono che le esperienze di pre-morte abbiano
origine da anomalie del normale funzionamento del cervello. Per di più, è
probabile che abbia un ruolo anche il fatto stesso di averne sentito parlare
spesso: un caso di profezia che si autoavvera».
Mike Bongiorno ha raccontato
nella sua autobiografia di essere uscito almeno due volte dal proprio corpo,
osservando se stesso davanti a un plotone di esecuzione nazista a un passo dalla
morte, durante la guerra (come sappiamo, il noto presentatore se l'è cavata in
entrambi i casi), affermando per questo che sicuramente l'anima esiste. «Anche
la sensazione di abbandonare il proprio corpo e vedere quest'ultimo da un'altra
prospettiva (autoscopia) non è un'esclusiva dell'esperienza di pre-morte»,
afferma Armando De Vincentiis, psicologo e psicoterapeuta del Cicap (Comitato
italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale). «Situazioni
identiche vengono descritte da diversi soggetti ogni qual volta si trovano in
particolari stati di affaticamento o in situazioni altamente emotive. Tale
meccanismo è noto in psicopatologia come "depersonalizzazione
somatopsichica" e appartiene alla sfera dei disturbi dissociativi. In situazioni
di grande stress emotivo - un incidente stradale, la prossimità di
un'operazione chirurgica, il timore immediato di dover morire o addirittura una
brutta notizia - un individuo può allucinare il proprio corpo come se si
trovasse in un'altra zona e viverlo come distaccato da sé, proprio per
alleviare l'angoscia di quella situazione. La credenza in una vita oltre la
morte fa sì che il soggetto, una volta tornato in sé, ricostruisca il suo
ricordo aggiungendo involontariamente elementi e immagini che appartengono
esclusivamente alla sua fantasia. Pur essendo straordinariamente suggestiva,
l'Nde (near death experience, ndr) sembra dunque appartenere a quelle
esperienze ritenute insolite dai più ma inquadrabili nell'ambito dei naturali
processi psicofisiologici».
E qui veniamo alla non credenza.
Secondo Jonathan Jong, autore di uno studio intitolato "Foxhole Atheism,
Revisited", pubblicato sul Journal of Experimental Psycology,
«anche le persone non religiose sono tentate dalla fede religiosa messi di
fronte alla morte, anche se solo implicitamente». Altri studi, oltre a quello
di Jong, sostengono che avvicinarsi alla morte accresce il sentimento religioso
dei credenti, ma anche alcuni non credenti in quel frangente mettono in dubbio
le proprie tesi e sono maggiormente disposti a considerare l'esistenza del
soprannaturale, e - quindi - di una vita dopo la morte.
Il modo di reagire di atei,
agnostici e credenti di fronte alla vita e alla morte è differente, a seconda del valore e del
significato di cui la propria esistenza è stata caricata. Ciò non toglie che
almeno finora non è stata trovata alcuna prova di eventi da sempre ritenuti
sovrannaturali, che si tratti dell'apertura del mar Rosso o dell'esistenza del
paradiso come "luogo", per quanto metafisico; semmai questi eventi
(se davvero si sono verificati) possono avere delle spiegazioni razionali, a
volte anche molto semplici. Qualcuno obietterà che la fede non ha bisogno delle
spiegazioni del razionale, e fin qui ci siamo senz'altro, ma il punto è che la
scienza non può essere tirata e deformata proprio per dare spiegazioni certe a
"indiscutibili" dogmi di fede o presunti miracoli ed eventi
catalogati come sovrannaturali senza alcuna indagine seria.
«Bussare alla porte del paradiso
è un'illusione», conclude Hill su Scientific American, «anche se il
paradiso esiste davvero: San Pietro è sicuramente in grado di capire la differenza
tra una persona che sta morendo e una che ha le allucinazioni. L'esperienza di
pre-morte come prefigurazione del Paradiso è, forse, una bella teoria, ma è
sbagliata».
Pubblicato ieri qui.

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