sabato 12 gennaio 2013

Croci in montagna, ovvero come marcare il territorio



Chi ama e frequenta la montagna non avrà potuto evitare di notare come tra le vette sopra le nostre valli si staglino numerose croci cristiane, poste a dominare le valli sottostanti oppure più nascoste, in posizioni visibili solo dopo un lungo e faticoso cammino sui sentieri d'alta quota. In ferro, cemento armato o legno, più o meno visibili ma comunque invadenti, artificiali, simbolo chiaramente di parte in un luogo - la montagna - che, oltre ad essere di tutti, credenti e non, è comunque il luogo 'spirituale' e metafisico per eccellenza.

Tra le ultime segnalazioni, il progetto di una super croce di 36 metri di altezza votato a maggioranza dagli abitanti di St. Jakob in Haus, paesino austriaco vicino a Lienz e alla nostra Val Pusteria. La croce (foto in alto, da suddeutsche.de) sarà alta 36 metri, avrà 4 bracci di 19 metri ciascuno; costerà ben un milione e mezzo di euro, incluso il rivestimento in larice e l'ascensore, e sarà usata come anche spazio espositivo. Non mancano le proteste di chi l'ha definita "mostruosa" smascherandone la funzione prettamente commerciale. MountainWilderness, associazione internazionale che si occupa di tutela degli ambienti montani, ha chiesto di «riportare sulle montagne la dovuta sobrietà e la pulizia degli spazi liberi dall'invadenza di tante, troppe strutture al di là del significato dei simboli religiosi».

Progettisti e sostenitori della super croce potrebbero leggere cosa scrisse Luca Rota: «Ogni frequentatore della montagna, in passato come nel presente, mosso da intento alpinistico ovvero ludico e ricreativo, riscontra nel monte un valore fondamentale per molti versi mistico, derivante in primis dalla ineluttabile, maestosa bellezza naturale delle montagne, dal rappresentare un ambito di purezza, di incontaminatezza ancora scevra da certe brutture della civiltà umana più scriteriata, dall'essere ogni vetta un luogo assoluto, elevato sopra il mondo e oltre il quale vi è solo l'immensità del cielo; la stessa ascensione dell'alpinista dal piano verso la vetta è spesso stata interpretata in chiave ascetica (stessa radice etimologica, d'altronde), di elevazione dall'ambito ordinario quotidiano a quello puro delle alte quote. Senza protendere in alcun modo verso visioni soprannaturali, divine e dunque religiose, è fuor di dubbio che l'essenza del monte tocca e vibra le corde profonde dell'animo umano, e ne scaturisce sensazioni ed emozioni di assoluta umanità; qualcuno definì le montagne "le cattedrali della Terra", a sottolinearne una sacralità assoluta, assolutamente laica e ben contrapposta a qualsiasi altra di imposta matrice religiosa, con i monti come meravigliosi templi inneggianti alla bellezza della Natura e in genere del nostro mondo».

L'abitudine  a marcare il territorio, come fanno alcuni animali selvatici con il loro odore, è tipica delle culture fortemente ideologizzate - come quella cattolica - e risale a tempi molto antichi; ma i tempi sono cambiati e l'imposizione di simboli di parte oggi non è più né propugnata né tollerata nemmeno da chi fa della montagna la sua "professione" o la sua vita: la questione, infatti, è stata posta anche all'interno del Cai, il Club alpino italiano, e il dibattito nei mesi scorsi ha raggiunto picchi di polemica tali da spingere, per esempio, alcuni soci a restituire la tessera senza tanti rimpianti, accusando il Club di non essere esattamente imparziale, o totalmente dalla parte della difesa dell'ambiente alpino dall'invadenza delle croci. Mentre in Svizzera una guida alpina ha segato una croce senza tanti complimenti o pentimenti, e anche qui da noi alcune croci piantate con enfasi sulle Dolomiti "scompaiono" misteriosamente, lasciando solo i buchi dei bulloni di fissaggio, tra lo sconcerto ingenuo dei valligiani. Si è arrivati, inevitabilmente, fino alla provocazione intelligente di alcune guide alpine che nel 2005 hanno portato una statua del Buddha sulla cima del Pizzo Badile.

Chi pianta croci in montagna non considera nemmeno lontanamente che il suo è un abuso e un atto arbitrario, un'appropriazione indebita di un bene comune. Perfino il papa regnante - come il suo predecessore - durante le sue vacanze estive in Val d'Aosta non fa che magnificare l'opera di dio che avrebbe creato "cotanta bellezza": come mai l'atto di invaderla brutalmente con un marchio non viene visto come una sfida al suo creatore? E' pur vero che tra una croce e un impianto di risalita, che sia abbandonato o funzionante, vi sono pochi dubbi su quale crei il danno maggiore per l'ambiente alpino, o quanto meno per la bellezza del paesaggio (tutelata dalla Costituzione, giova ricordarlo), ma a parte il fatto che una battaglia non esclude l'altra, uno skilift non è simbolo di una ideologia (se non quella di cementificatori e speculatori interessati solo al denaro) discriminante per chi non la condivide.

Non si può che dare ragione a Reinhold Messner quando dice che sarebbe giusto eliminare tutti i simboli dalle montagne: «Quando si arriva in vetta basta fare come si usava una volta, costruire un ometto di sassi». E stop. Per non farne territorio dell'ennesima guerra di religione. 

Pubblicato ieri qui.

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