Dopo lo show in mondovisione
della sua intronizzazione, papa Francesco si è dedicato ai rappresentanti delle
altre religioni. Nella Sala Clementina del Vaticano, il pontefice che ha voluto
per sé il nome del santo che andò dal sultano di Babilonia, ha incontrato, tra
gli altri, Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, e il
metropolita Hilarion del patriarcato di Mosca. Ma nel suo discorso si è rivolto
anche ai rappresentanti degli ebrei e ai musulmani; e, infine, a quegli
individui che «pur non riconoscendosi in alcuna tradizione religiosa sono in
cerca della verità, della bontà e della bellezza, che è verità, bontà e
bellezza di Dio».
Dunque, sulla scia di Karol
Wojtyla e - in misura minore - del predecessore Joseph Ratzinger, Jorge Mario
Bergoglio ha subito esibito un rinnovato impegno verso l'ecumenismo.
All'appello, ovviamente e come al solito, mancava il vasto e variegato mondo dell'ateismo:
anche verso la non credenza il neo papa ha subito messo le cose in chiaro,
seguendo - pure in questo caso - le orme dei predecessori. Infatti, dopo aver
parlato ai rappresentanti delle altre religioni, ha esternato verso il resto
del mondo: «Dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell'assoluto», ha detto in
conclusione del suo discorso Francesco, «non permettendo che prevalga una
visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l'uomo si
riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più
pericolose per il nostro tempo. Sappiamo quanta violenza abbia prodotto nella
storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall'orizzonte
dell'umanità, e avvertiamo il valore di testimoniare nelle nostre società l'originaria
apertura alla trascendenza che è insita nel cuore dell'uomo».
Quanto alla violenza, inutile
fare la conta dei morti prodotti dalla credenza e dalle religioni, metterli
sopra un vassoio (magari dell'Ikea, che costano poco, in ossequio alla sobrietà
sbandierata in questi giorni) e porgerli al papa. Siamo sicuri che lo sa
benissimo.
Un pontificato che si è
presentato in decisa contro tendenza rispetto ai precedenti quanto allo stile,
nei contenuti è rimasto fermo nell'intransigenza e nella superficialità di
sempre. Le fonti francescane parlano di un santo che ascoltava persino gli
animali: per questo forse qualcuno sperava che un pontefice con il suo nome
potesse cambiare disco sull'ateismo, quanto meno andare oltre i soliti luoghi
comuni, i discorsi da bar o da pollaio televisivo, magari (chissà) chiudere
quell'inutile teatrino che è il Cortile dei gentili, e per una volta almeno
aprire le orecchie e ascoltare il "nemico", che «se amate quelli che
vi amano, quale merito ne avete?» (Mt 5,43-48). Ma la solfa è sempre la stessa:
sul "nemico" si fa terrorismo semantico, si ribalta la verità, ci si
chiude nella solita supponenza.
Il papa ha chiesto ai grandi
della Terra venuti ad adularlo di "custodire il creato"; ma
accidentalmente, parte integrante del creato sono anche gli atei, prima o poi
un papa dovrà prenderne atto. A meno di volerli considerare un errore di dio.
Già pubblicato qui.

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