Le elezioni di febbraio ci hanno
consegnato, come sappiamo, un Parlamento che forse per la prima volta
nella storia non è dominato da tensioni prettamente clericali, se non proprio
confessionali, come invece è accaduto negli ultimi decenni. Anni di discussioni
e confronti nel mondo cattolico (definizione generica, se non fosse che è usata
proprio da chi ha animato il dibattito in questione), con forti spinte,
contributi e benedizioni da oltre Tevere, avevano prodotto nei mesi precedenti
le elezioni l'unica proposizione di appoggiare la "salita in campo"
dell'ex tecnico Mario Monti, il cui governo aveva costituito il picco
dell'invasione cattolicista dei palazzi del potere, con somma soddisfazione delle gerarchie ecclesiali.
Ma la speranza di un ritrovato
slancio si è infranta non su uno ma su ben due muri, con esiti disastrosi: la
politica fiscale ed economica di Monti e del suo governo, che ha avviato (con
la parziale scusante della crisi internazionale e del buco mostruoso del debito
pubblico da risanare) una spirale di depauperamento delle fasce più deboli della società,
tradizionale terreno di caccia della Chiesa, e - conseguenza di questa
contraddizione - l'esito a dir poco deludente della lista Scelta civica guidata
dall'ex bocconiano benedetto dalla Chiesa.
Era logico supporre che se, dopo
lo smacco, il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica doveva riprendere,
ci sarebbe voluta una svolta, che forse era necessario un po' di sano realismo
e pragmatismo, basarlo su presupposti diversi che una semplice e vuota
etichetta con scritto "cattolico" da appiccicare sul bavero della
giacca del politico di turno, qualcuno ben disposto ad ossequiare la Cei e il
dogmatismo cattolico.
Il Corriere della Sera ha
pubblicato ieri l'intervento di Francesco D'Agostino, presidente dell'Unione
giuristi cattolici italiani, che vorrebbe riaprire il dibattito. Ma anche
stavolta su basi non proprio rivoluzionarie, ovvero «l'espressione più forte
che abbiano elaborato da vari anni a questa parte, quella della difesa dei valori
non negoziabili, espressione che è stata recepita e strumentalizzata come
se fosse espressiva di atteggiamenti confessionali, passivamente conservatori,
incapaci di leggere la modernità». Invece, scrive D'Agostino, che recepisce una
precisa raccomandazione del papa emerito Ratzinger, il tema dei valori non
negoziabili è «spendibilissimo, a condizione che venga presentato nel modo
giusto», perché questi valori «non hanno un carattere prioritariamente
religioso, ma fanno riferimento alle delicatissime ricadute politiche di alcuni
principi antropologici fondamentali, che, anche se molti in Italia non se ne
sono ancora accorti, sono da anni il cuore dei più accesi dibattiti nei
principali Paesi del mondo».
Il giurista cattolico parla
soprattutto della famiglia: «Indebolita dal dilagare delle convivenze di fatto,
deformata dalla paradossale pretesa di legalizzare il matrimonio gay, resa
fragile dalla crisi demografica [...] I cattolici hanno questa tematica nel
sangue, non in prospettiva difensiva, ma in prospettiva propulsiva e devono
essere in grado di farlo capire a tutti». Dopo il consueto ribaltamento della
realtà, un elenco di ulteriori spunti: «Dalla contrazione delle prestazioni
sanitarie pubbliche alla pauperizzazione degli anziani; dalle nuove forme di
sfruttamento dei Paesi poveri (che stanno diventando per i Paesi ricchi da
fornitori di materie prime a fornitori di organi per trapianto e di materiali
biologici) alle manipolazioni genetiche, vegetali, animali e umane, fino ai
nuovissimi subdoli tentativi di potenziamento biologico in ambito militare e
civile, che ove si consolidassero approfondirebbero in modo scandaloso la
frattura tra pochissimi Paesi tecnologicamente avanzati e il resto del mondo»;
temi sui quali i cattolici sono «da sempre all'avanguardia». Ma, ahinoi, «i
politici cattolici italiani sembrano da tempo talmente in imbarazzo», da non
averli posti «in campagna elettorale al vertice della loro agenda politica», e
nemmeno «oggi al centro dei programmi della nuova legislatura».
Dunque, se questo spunto venisse
colto (lo vedremo nelle prossime settimane), vorrà dire che la dura lezione
venuta dalle urne non sarà servita a niente. La verità lampante è che al grosso
dell'elettorato i soliti vecchi temi non interessano più, che l'interventismo
ecclesiale non produce più i risultati di una volta. Ma D'Agostino probabilmente
fa affidamento, come fatto nuovo, sull'entusiasmo attorno al pontificato appena
iniziato da Jorge Mario Bergoglio, al quale i media stanno dando un'immagine
fortemente popolare, concreta, di rottura rispetto alla pomposità aliena del
precedente.
Se così fosse, osserviamo per
l'ennesima volta come la spinta per un dibattito sulla società italiana deve
venire da uno stato estero, la Città del Vaticano. Vedremo se avrà effetto, ma
al momento è chiaro a tutti (tranne che ai dibattenti dell'italico salotto cattolic-chic)
che l'arrogante difesa dei valori non negoziabili è garanzia
di sconfitta, e che il terrorismo semantico (si veda la fissazione sui presunti
disastri che il matrimonio gay causerebbe al generico e immateriale concetto di
famiglia tradizionale) non spaventa più come nel dopoguerra, quando si metteva
il faccione di Stalin sui manifesti per spaventare la gente e convincerla a
votare Dc.
«Ripartiamo da qui, scrive
D'Agostino», da questi «principi antropologici fondamentali»: perché insistere
pervicacemente su questo tasto, è un mistero che forse un giorno proprio
l'antropologia (non quella cattolica, beninteso) potrà risolvere.
Pubblicato ieri qui.

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