domenica 31 marzo 2013

Cattolici in politica, riparte il tormentone



Le elezioni di febbraio ci hanno consegnato, come sappiamo, un Parlamento che forse per la prima volta nella storia non è dominato da tensioni prettamente clericali, se non proprio confessionali, come invece è accaduto negli ultimi decenni. Anni di discussioni e confronti nel mondo cattolico (definizione generica, se non fosse che è usata proprio da chi ha animato il dibattito in questione), con forti spinte, contributi e benedizioni da oltre Tevere, avevano prodotto nei mesi precedenti le elezioni l'unica proposizione di appoggiare la "salita in campo" dell'ex tecnico Mario Monti, il cui governo aveva costituito il picco dell'invasione cattolicista dei palazzi del potere, con somma soddisfazione delle gerarchie ecclesiali.

Ma la speranza di un ritrovato slancio si è infranta non su uno ma su ben due muri, con esiti disastrosi: la politica fiscale ed economica di Monti e del suo governo, che ha avviato (con la parziale scusante della crisi internazionale e del buco mostruoso del debito pubblico da risanare) una spirale di depauperamento delle fasce più deboli della società, tradizionale terreno di caccia della Chiesa, e - conseguenza di questa contraddizione - l'esito a dir poco deludente della lista Scelta civica guidata dall'ex bocconiano benedetto dalla Chiesa.

Era logico supporre che se, dopo lo smacco, il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica doveva riprendere, ci sarebbe voluta una svolta, che forse era necessario un po' di sano realismo e pragmatismo, basarlo su presupposti diversi che una semplice e vuota etichetta con scritto "cattolico" da appiccicare sul bavero della giacca del politico di turno, qualcuno ben disposto ad ossequiare la Cei e il dogmatismo cattolico.
Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri l'intervento di Francesco D'Agostino, presidente dell'Unione giuristi cattolici italiani, che vorrebbe riaprire il dibattito. Ma anche stavolta su basi non proprio rivoluzionarie, ovvero «l'espressione più forte che abbiano elaborato da vari anni a questa parte, quella della difesa dei valori non negoziabili, espressione che è stata recepita e strumentalizzata come se fosse espressiva di atteggiamenti confessionali, passivamente conservatori, incapaci di leggere la modernità». Invece, scrive D'Agostino, che recepisce una precisa raccomandazione del papa emerito Ratzinger, il tema dei valori non negoziabili è «spendibilissimo, a condizione che venga presentato nel modo giusto», perché questi valori «non hanno un carattere prioritariamente religioso, ma fanno riferimento alle delicatissime ricadute politiche di alcuni principi antropologici fondamentali, che, anche se molti in Italia non se ne sono ancora accorti, sono da anni il cuore dei più accesi dibattiti nei principali Paesi del mondo».

Il giurista cattolico parla soprattutto della famiglia: «Indebolita dal dilagare delle convivenze di fatto, deformata dalla paradossale pretesa di legalizzare il matrimonio gay, resa fragile dalla crisi demografica [...] I cattolici hanno questa tematica nel sangue, non in prospettiva difensiva, ma in prospettiva propulsiva e devono essere in grado di farlo capire a tutti». Dopo il consueto ribaltamento della realtà, un elenco di ulteriori spunti: «Dalla contrazione delle prestazioni sanitarie pubbliche alla pauperizzazione degli anziani; dalle nuove forme di sfruttamento dei Paesi poveri (che stanno diventando per i Paesi ricchi da fornitori di materie prime a fornitori di organi per trapianto e di materiali biologici) alle manipolazioni genetiche, vegetali, animali e umane, fino ai nuovissimi subdoli tentativi di potenziamento biologico in ambito militare e civile, che ove si consolidassero approfondirebbero in modo scandaloso la frattura tra pochissimi Paesi tecnologicamente avanzati e il resto del mondo»; temi sui quali i cattolici sono «da sempre all'avanguardia». Ma, ahinoi, «i politici cattolici italiani sembrano da tempo talmente in imbarazzo», da non averli posti «in campagna elettorale al vertice della loro agenda politica», e nemmeno «oggi al centro dei programmi della nuova legislatura».

Dunque, se questo spunto venisse colto (lo vedremo nelle prossime settimane), vorrà dire che la dura lezione venuta dalle urne non sarà servita a niente. La verità lampante è che al grosso dell'elettorato i soliti vecchi temi non interessano più, che l'interventismo ecclesiale non produce più i risultati di una volta. Ma D'Agostino probabilmente fa affidamento, come fatto nuovo, sull'entusiasmo attorno al pontificato appena iniziato da Jorge Mario Bergoglio, al quale i media stanno dando un'immagine fortemente popolare, concreta, di rottura rispetto alla pomposità aliena del precedente.

Se così fosse, osserviamo per l'ennesima volta come la spinta per un dibattito sulla società italiana deve venire da uno stato estero, la Città del Vaticano. Vedremo se avrà effetto, ma al momento è chiaro a tutti (tranne che ai dibattenti dell'italico salotto cattolic-chic) che l'arrogante difesa dei valori non negoziabili è garanzia di sconfitta, e che il terrorismo semantico (si veda la fissazione sui presunti disastri che il matrimonio gay causerebbe al generico e immateriale concetto di famiglia tradizionale) non spaventa più come nel dopoguerra, quando si metteva il faccione di Stalin sui manifesti per spaventare la gente e convincerla a votare Dc.

«Ripartiamo da qui, scrive D'Agostino», da questi «principi antropologici fondamentali»: perché insistere pervicacemente su questo tasto, è un mistero che forse un giorno proprio l'antropologia (non quella cattolica, beninteso) potrà risolvere.

Pubblicato ieri qui.


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