L'abitudine (di cui Cronache
Laiche si era già
occupata) a marcare le nostre montagne con strutture invasive d'ogni tipo -
ma prevalentemente religioso - e dimensioni, è talmente dura a morire che
alcune associazioni ambientaliste hanno lanciato un appello pubblico per
fermare questo scempio insensato. Stavolta è stata Mountain Wilderness Italia a
lanciare l'appello, con un comunicato del
30 marzo scorso poi sottoscritto anche da WWF Italia, Pro natura, Amici della
Terra, Comitato per la bellezza, Italia nostra, Altura, Comitato nazionale per
il paesaggio.
Mountain Wilderness afferma che
«in questi ultimi anni con sempre maggiore frequenza, il tradizionale uso di
segnalare con una modesta croce il culmine delle montagne ha assunto un
carattere sempre più vistoso e autoreferenziale, allontanandosi dal significato
originario al punto da destare ragionevoli perplessità [...] La montagna viene
usata come palcoscenico di ambizioni personali o di gruppo, per imporre
aggressivamente convinzioni religiose, marcare il territorio con un proprio
segno inconfondibile, o per costruire business».
Nel comunicato, ripreso da Repubblica,
si fanno alcuni esempi eclatanti, come il gigantesco dinosauro di tre metri
d'altezza realizzato dallo scultore e alpinista Mauro Olivotto, e piazzato
sulla cima del Pelmo, sopra Cortina D'Ampezzo, dove sarebbero stati trovati
resti preistorici. Ma anche la statua del "Cristo pensante", un
pesantissimo blocco di marmo sovrastato da una croce metallica altrettanto
"discutibile" (secondo la definizione che ne fa il magazine Questotrentino,
che ha ricostruito la
vicenda), trasportata con un elicottero sulla cima del monte Castellazzo
nel giugno del 2010 alla presenza dell'ex gaudente ora convertito Paolo Brosio
(volto televisivo, prima della conversione, e ora imprenditore del sacro di
successo) ha destato polemiche a non finire. Il Castellazzo si trova nel parco
naturale Paneveggio-Pale di san Martino, dunque in un'area protetta. Le aziende
di promozione turistica delle valli circostanti hanno appoggiato l'iniziativa e
brindato al suo successo: l'invasione dei pellegrini che percorrono i sentieri
fino alla croce ha ridato ossigeno all'economia locale, prima in crisi,
causando però dei danni - al momento ancora lievi - e minacciando l'integrità
dell'ambiente su cui la doppia scultura è stata calata.
L'elenco delle follie che hanno
causato (o tentato di causare) danni all'ambiente alpino è lungo; alcune volte
si è evitato solo di un soffio di eccedere in trovate kitsch, oltre
che dannose: ricordiamo che in occasione delle olimpiadi invernali di Torino
del 2006, qualcuno aveva addirittura proposto di illuminare a giorno l'intero
versante del Monviso che si affaccia sul capoluogo piemontese, una follia che
avrebbe comportato uno spreco enorme e altrettanto grandi squilibri
all'ecosistema della montagna.
«Ormai non si occupano solo le
vette più significative», prosegue il comunicato di Mountain Wilderness.
«Questa discutibile abitudine sta tracimando su ogni cima, purché visibile dal
fondovalle, e sta insidiando l'integrità naturale di crinali magari poco
battuti ma reputati favorevoli alla promozione turistica del luogo. E'
sufficiente che singole associazioni o perfino singoli personaggi chiedano
l'autorizzazione e ogni cosa viene concessa, spesso a prescindere dai valori
qualitativi dell'opera, dall'impatto paesaggistico ed ambientale, dai negativi
risvolti psicologici, etici e culturali che il progetto porterà come
conseguenza, una volta realizzato [...] Ai frequentatori viene di fatto negata
la possibilità di attribuire liberamente alle loro esperienze in natura i
valori interiori che sentono più affini, sopraffatti come sono
dall'aggressività monocorde di tali installazioni, le quali, a nostro avviso,
privatizzano e ipotecano indebitamente il "senso" di un bene comune.
Siamo convinti che le montagne non abbiano bisogno di crocifissi e madonne per
invitarci a pregare. Si può trovare la propria silenziosa preghiera anche
appoggiandosi a un sasso o indugiando ad ammirare la torsione di un larice, i
riflessi del tramonto sui rami di un pino mugo, meditando sulle sofferenze
della prima guerra mondiale, ricordando il sorriso di amici scomparsi con cui
un tempo si erano frequentati quegli stessi luoghi, o semplicemente
concentrandosi sul ritmo del proprio respiro. Il rapporto spirituale degli
esseri umani con gli spazi incontaminati della montagna non viene mai
arricchito da strutture artificiali che tendono ad orientarne in una direzione
o in un'altra il significato».
Dal Cai, Club alpino italiano,
ancora nessuna reazione ufficiale; da registrare invece che la diocesi di
Trento, tramite la Commissione pastorale turismo e sport, nel 2008 - forse
spinta dalle polemiche sull'invadenza dei simboli religiosi in montagna - aveva
emesso una nota in cui si affermava la possibilità che «l'entusiasmo di
qualcuno proponga iniziative che "destano perplessità" dal punto di
vista ambientale», iniziative che «si presentano come ispirate da buona
volontà, ma che rischiano di snaturare il vero senso del messaggio cristiano».
Già nel 2000 la diocesi in merito alla «dislocazione, sui nostri monti, di una
serie di croci metalliche e luminose anche di notte, ad iniziativa di alcuni
sedicenti "testimoni della croce"», suggeriva di «non appoggiare tali
iniziative per varie ragioni, compresa quella del "rispetto
dell'ambiente" che esige "soluzioni adeguate al nostro
territorio"».
Vedremo se il pontificato di
colui che si è dato il nome del santo-ambientalista per eccellenza saprà dare
un segnale in controtendenza rispetto all'indifferenza complice del passato, e
frenare "l'entusiasmo" di tutti quelli che della croce e della
religione fanno - non solo in montagna - un business degno più del demonio che
del dio cristiano.
Pubblicato ieri qui.

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