Nel rapporto tra credenza e non
credenza, il mondo sta conoscendo una fase storica inedita. Se potessimo
visualizzare con un grafico la tendenza verso la secolarizzazione da una parte,
e verso la radicalizzazione delle religioni organizzate dall'altra, vedremmo
che entrambi i valori crescono simultaneamente, assottigliando lo spazio
riservato alla terra di mezzo, quella degli indifferenti e degli ignari.
Decine di studi certificano
l'avanzata costante della secolarizzazione, soprattutto o quasi esclusivamente
nelle società più avanzate a livello di istruzione, benessere economico e
modernità del welfare, tutti dati che portano a radicate garanzie nei diritti
civili e libertà individuali. Di pari passo, nelle altre società le religioni
organizzate (prevalentemente l'Islam e molte chiese cristiane) radicalizzano la
loro posizione e il modo di proporre la loro etica, proposta che in molti casi
diventa inevitabilmente tentativo di imposizione. Questa doppia velocità è
evidente negli Usa, dove Barack Obama nel suo primo discorso di insediamento
quattro anni fa ha potuto ringraziare, sebbene fugacemente, anche i non
credenti, ma allo stesso tempo non può permettersi di perdere occasione di
dichiararsi credente.
La secolarizzazione in occidente
assume i connotati di un lento e progressivo distacco dalla pratica religiosa,
un crescente disinteresse per la spiritualità incarnata dal messaggio
religioso, dati che corrispondono anche a un calo delle donazioni alle chiese
locali, ma è ancora in gran parte proporzionale al benessere economico e da
esso dipendente. Qui le religioni organizzate contrastano la secolarizzazione
su più fronti: da una parte la compromissione e lo scambio di favori con quella
parte di potere politico disponibile al mercimonio dei diritti dei cittadini,
che in cambio di leggi orientate al confessionalismo e finanziamenti più o meno
palesi alle chiese riceve supporto politico aperto e altri favori. Dall'altra
parte, la religione ricorre alla propaganda basata sulla disinformazione e sul
terrorismo semantico, tentando di screditare tutte quelle filosofie che
marginalizzano il messaggio religioso e il suo potere relegandolo alla sfera
del privato. Nell'Europa orientale, invece, come nei paesi islamici, anche il
semplice dichiararsi ateo è difficile, a meno di essere disposti a pagare un
prezzo altissimo, e l'ateismo (ma questo riguarda la libertà di espressione e
autodeterminazione in generale) è combattuto in maniera feroce e spesso
violenta. Ma anche lì, atei coraggiosi stanno venendo alla luce, con crescente
frequenza, e le cronache riportano spesso della loro persecuzione.
In generale, quindi, se nel medio
oriente e nelle società maggiormente dominate dal clero di qualche religione e
dalle lobby ad esso collegate gli atei rischiano la vita, in occidente il
tentativo è quello di rinchiuderli nelle riserve indiane, ai margini della
società, dopo aver messo in guardia il popolo sulla loro (indimostrabile)
pericolosità sociale. Le religioni, spinte dall'avanzare della secolarizzazione
che ha ridotto il loro seguito, si sono spostate nei palazzi del potere e da lì
esercitano la loro arroganza, ed è lì che va spostata e combattuta la
battaglia.
In una recente ed esemplare
"Amaca" su Repubblica, Michele Serra fa il punto sulla
condizione degli atei nel mondo: «Credere in Dio, e farlo nelle forme
storicamente note e socialmente organizzate, munisce i fedeli di un bonus di
suscettibilità ("offesa dei valori religiosi") dei quali l'ateo non
dispone. Egli non si sente offeso, né messo a repentaglio, dall'affermazione
"Dio esiste" declinata nelle sue varie forme. Ma il contrario non è
dato: l'affermazione "Dio non esiste", specie nei paesi islamici,
vale una bestemmia, un processo e in qualche caso una condanna a morte». Dopo
di che, Serra si chiede se sia il caso che gli atei «si tengano in contatto tra
loro, per autodifesa militante».
Per quanto riguarda il nostro
paese (un caso unico al mondo perché contiene al suo interno una monarchia
confessionale assolutista con una sfera di influenza che travalica di molto i
suoi confini), certo gli atei non rischiano la vita, ma subiscono l'ostracismo
dei media, il biasimo dei credenti militanti, il pregiudizio (nel migliore dei
casi l'indifferenza) della società e la beffa di essere cittadini di uno Stato
che non riconosce i loro diritti mentre ricopre di privilegi proprio la Chiesa
che li combatte.
Manlio Padovan, referente
provinciale dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti di Rovigo, ha
dimostrato che anche qui, nella culla della civiltà, non si può affermare che
dio non esiste senza ritrovarsi in un'aula di tribunale. Padovan, rifacendosi
alla libertà d'espressione costituzionalmente garantita, fece stampare e
affiggere dei manifesti che affermavano la non esistenza di dio («La cattiva
notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno», recitava
lo slogan). Dopo aver subito episodi di ostracismo persino dalle forze
dell'ordine (pagate anche coi soldi degli atei), neanche fosse un pericoloso
sovversivo, fu oggetto di un procedimento penale nei suoi confronti per
vilipendio e offese a una confessione religiosa (articoli 403 e 404 del Codice
penale). L'avventura si è da poco conclusa con una archiviazione, ma le
motivazioni della sentenza denunciano l'incredibile arretratezza culturale e
civile italiana: i manifesti avevano «un indubbio contenuto offensivo nei
confronti della popolazione [...] di culto cattolico», ma «può ammettersi che
egli si sia voluto limitare a diffondere il proprio pensiero, sebbene la frase,
provocatoria, abbia poi comunque offeso i cattolici». Italia, anno 2012.
Tornando alla dimensione
planetaria, la questione della mancanza di libertà di espressione degli atei è
incredibilmente grave per un mondo che vuole essere civile, troppo grave per
essere ancora ignorata. Che la religione sia diventata una ideologia secolare,
più atea dell'ateismo e più relativista del relativismo, è conclamato, ma
questo non le impedisce di soverchiare tutti gli altri e non ci esime dal
combattere per salvaguardare il nostro spazio. Per questo motivo quella di
Michele Serra non è affatto una domanda banale. Se la risposta delle religioni
alla crescente secolarizzazione è la violenza, forse è il caso che questa
domanda ce la facciamo tutti, e che, nell'attesa che tutti gli atei escano
dalle catacombe e la smettano di essere indifferenti, almeno si cominci a
mettere i sacchi di sabbia davanti alle finestre.
Pubblicato ieri qui.

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