venerdì 16 novembre 2012

Atei in trincea. Ma solo per difendersi



Nel rapporto tra credenza e non credenza, il mondo sta conoscendo una fase storica inedita. Se potessimo visualizzare con un grafico la tendenza verso la secolarizzazione da una parte, e verso la radicalizzazione delle religioni organizzate dall'altra, vedremmo che entrambi i valori crescono simultaneamente, assottigliando lo spazio riservato alla terra di mezzo, quella degli indifferenti e degli ignari.

Decine di studi certificano l'avanzata costante della secolarizzazione, soprattutto o quasi esclusivamente nelle società più avanzate a livello di istruzione, benessere economico e modernità del welfare, tutti dati che portano a radicate garanzie nei diritti civili e libertà individuali. Di pari passo, nelle altre società le religioni organizzate (prevalentemente l'Islam e molte chiese cristiane) radicalizzano la loro posizione e il modo di proporre la loro etica, proposta che in molti casi diventa inevitabilmente tentativo di imposizione. Questa doppia velocità è evidente negli Usa, dove Barack Obama nel suo primo discorso di insediamento quattro anni fa ha potuto ringraziare, sebbene fugacemente, anche i non credenti, ma allo stesso tempo non può permettersi di perdere occasione di dichiararsi credente.

La secolarizzazione in occidente assume i connotati di un lento e progressivo distacco dalla pratica religiosa, un crescente disinteresse per la spiritualità incarnata dal messaggio religioso, dati che corrispondono anche a un calo delle donazioni alle chiese locali, ma è ancora in gran parte proporzionale al benessere economico e da esso dipendente. Qui le religioni organizzate contrastano la secolarizzazione su più fronti: da una parte la compromissione e lo scambio di favori con quella parte di potere politico disponibile al mercimonio dei diritti dei cittadini, che in cambio di leggi orientate al confessionalismo e finanziamenti più o meno palesi alle chiese riceve supporto politico aperto e altri favori. Dall'altra parte, la religione ricorre alla propaganda basata sulla disinformazione e sul terrorismo semantico, tentando di screditare tutte quelle filosofie che marginalizzano il messaggio religioso e il suo potere relegandolo alla sfera del privato. Nell'Europa orientale, invece, come nei paesi islamici, anche il semplice dichiararsi ateo è difficile, a meno di essere disposti a pagare un prezzo altissimo, e l'ateismo (ma questo riguarda la libertà di espressione e autodeterminazione in generale) è combattuto in maniera feroce e spesso violenta. Ma anche lì, atei coraggiosi stanno venendo alla luce, con crescente frequenza, e le cronache riportano spesso della loro persecuzione.

In generale, quindi, se nel medio oriente e nelle società maggiormente dominate dal clero di qualche religione e dalle lobby ad esso collegate gli atei rischiano la vita, in occidente il tentativo è quello di rinchiuderli nelle riserve indiane, ai margini della società, dopo aver messo in guardia il popolo sulla loro (indimostrabile) pericolosità sociale. Le religioni, spinte dall'avanzare della secolarizzazione che ha ridotto il loro seguito, si sono spostate nei palazzi del potere e da lì esercitano la loro arroganza, ed è lì che va spostata e combattuta la battaglia.

In una recente ed esemplare "Amaca" su Repubblica, Michele Serra fa il punto sulla condizione degli atei nel mondo: «Credere in Dio, e farlo nelle forme storicamente note e socialmente organizzate, munisce i fedeli di un bonus di suscettibilità ("offesa dei valori religiosi") dei quali l'ateo non dispone. Egli non si sente offeso, né messo a repentaglio, dall'affermazione "Dio esiste" declinata nelle sue varie forme. Ma il contrario non è dato: l'affermazione "Dio non esiste", specie nei paesi islamici, vale una bestemmia, un processo e in qualche caso una condanna a morte». Dopo di che, Serra si chiede se sia il caso che gli atei «si tengano in contatto tra loro, per autodifesa militante».

Per quanto riguarda il nostro paese (un caso unico al mondo perché contiene al suo interno una monarchia confessionale assolutista con una sfera di influenza che travalica di molto i suoi confini), certo gli atei non rischiano la vita, ma subiscono l'ostracismo dei media, il biasimo dei credenti militanti, il pregiudizio (nel migliore dei casi l'indifferenza) della società e la beffa di essere cittadini di uno Stato che non riconosce i loro diritti mentre ricopre di privilegi proprio la Chiesa che li combatte.

Manlio Padovan, referente provinciale dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti di Rovigo, ha dimostrato che anche qui, nella culla della civiltà, non si può affermare che dio non esiste senza ritrovarsi in un'aula di tribunale. Padovan, rifacendosi alla libertà d'espressione costituzionalmente garantita, fece stampare e affiggere dei manifesti che affermavano la non esistenza di dio («La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno», recitava lo slogan). Dopo aver subito episodi di ostracismo persino dalle forze dell'ordine (pagate anche coi soldi degli atei), neanche fosse un pericoloso sovversivo, fu oggetto di un procedimento penale nei suoi confronti per vilipendio e offese a una confessione religiosa (articoli 403 e 404 del Codice penale). L'avventura si è da poco conclusa con una archiviazione, ma le motivazioni della sentenza denunciano l'incredibile arretratezza culturale e civile italiana: i manifesti avevano «un indubbio contenuto offensivo nei confronti della popolazione [...] di culto cattolico», ma «può ammettersi che egli si sia voluto limitare a diffondere il proprio pensiero, sebbene la frase, provocatoria, abbia poi comunque offeso i cattolici». Italia, anno 2012.

Tornando alla dimensione planetaria, la questione della mancanza di libertà di espressione degli atei è incredibilmente grave per un mondo che vuole essere civile, troppo grave per essere ancora ignorata. Che la religione sia diventata una ideologia secolare, più atea dell'ateismo e più relativista del relativismo, è conclamato, ma questo non le impedisce di soverchiare tutti gli altri e non ci esime dal combattere per salvaguardare il nostro spazio. Per questo motivo quella di Michele Serra non è affatto una domanda banale. Se la risposta delle religioni alla crescente secolarizzazione è la violenza, forse è il caso che questa domanda ce la facciamo tutti, e che, nell'attesa che tutti gli atei escano dalle catacombe e la smettano di essere indifferenti, almeno si cominci a mettere i sacchi di sabbia davanti alle finestre.

Pubblicato ieri qui.

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