Il riposo domenicale è la nuova
frontiera delle battaglie della Chiesa italiana. La stampa cattolica tutta
intera riporta con enfasi l'iniziativa della Confesercenti e Federstrade, con
l'appoggio ufficiale della Cei e la mobilitazione dei cattolici, che si stanno
dando da fare in una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa
popolare per abolire la liberalizzazione degli orari d'apertura - anche
domenicale - degli esercizi commerciali contenuta nel decreto Salva Italia, e
per restituire alle Regioni la facoltà di decidere in materia.
Secondo i promotori questa misura
non ha portato benefici apprezzabili, in termini di incremento del giro di
affari dei commercianti; ha prodotto invece una serie di disagi ai lavoratori
dipendenti (i commessi dei negozi soprattutto) costretti a sacrificare la
domenica sull'altare del consumismo. Il presidente di Confesercenti, Marco
Venturi, in un comunicato snocciola le sue cifre, esposte in realtà a fine
2011, nell'imminenza dell'approvazione del decreto di cui sopra: «Alle 100mila
imprese già perse andranno aggiunte altre 80.000 che chiuderanno nei prossimi 5
anni, con la conseguente scomparsa di circa 240mila posti di lavoro. Questo si
traduce in città sempre più vuote e meno sicure, in minore servizio di
vicinato, in maggiori difficoltà per gli anziani. Un regalo alla Grande
Distribuzione Organizzata [...] E così oggi agiamo di conseguenza: con
l'iniziativa odierna promuoviamo una raccolta di firme per una proposta di
legge di iniziativa popolare. L'obiettivo non è quello di vietare aperture
festive e domenicali, ma di renderle compatibili con le effettive esigenze di
imprenditori e consumatori, ripristinando competenze, materia di orari, alle
Regioni».
Fa eco l'Arcivescovo Giancarlo
Maria Bregantini per conto della Cei, che da parte sua sposta l'attenzione su
un altro aspetto dell'iniziativa, che «è a difesa di un valore innanzitutto
antropologico: il riposo domenicale è fondamentale per l'uomo per dare senso
alle cose che fa. Il riposo è, quindi, antropologicamente necessario».
Famiglia Cristiana, che
sostiene attivamente la campagna offrendo in più ai suoi lettori la possibilità
di firmare on line sul suo sito web, svela qual è il senso autentico
dell'iniziativa, vista da oltre Tevere: «A far da supporto all'iniziativa la
Chiesa italiana, che già con il Congresso eucaristico di Bari del 2005 e poi
con il Convegno ecclesiale di Verona del 2006 ha posto grande attenzione al
momento della festa domenicale come giorno non solo per "santificare la
festa", come recita il terzo comandamento, ma per stare insieme in
famiglia, per riappropriarsi del proprio tempo e delle relazioni trascurate
durante la settimana. Anche nell'Incontro mondiale delle famiglie svoltosi a
Milano dal 30 maggio al 3 giugno il tema del riposo domenicale è stato tra gli
argomenti invocati a sostegno di un tempo più a misura di famiglia». L'apertura
domenicale dei negozi dev'essere «un'eccezione, non una regola. Questo è il
nocciolo etico e politico della proposta». E domenica 25 novembre la raccolta
di firme si terrà anche sui sagrati delle parrocchie: «Vogliamo regolamentare,
non chiudere», prosegue Bregantini. «E il sagrato è il luogo giusto dove
raccogliere le firme perché è tradizionalmente il posto dove si incontrano
Chiesa e mondo».
"Libera la domenica" è
il nome che è stato dato all'iniziativa. D'altra parte avevano già provato a
chiedere che la domenica non si giochino le partite di calcio. Negozi aperti
vogliono dire chiese vuote, avranno pensato in Vaticano: è sempre stata una
fissazione della Chiesa, quella di cercare di eliminare la concorrenza.
Pubblicato ieri qui.

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