A denominazioni evocative i vari
movimenti "para politici" più o meno centristi ci hanno abituati da
tempo: «Verso la terza repubblica», «Fermare il declino», «Vogliamo vivere».
Prevista per oggi, arriva l'iniziativa definita «Rimontiamo
l'Italia», in questo caso con evidente riferimento speranzoso e adulatorio
(ri-Monti-amo) al cognome dell'uomo del destino di turno: Mario Monti. Una
adunata che «chiama a raccolta tutti coloro che non vogliono archiviare Monti e
l'agenda Monti come una parentesi e pensano che si debba offrire agli elettori
la possibilità di scegliere nelle prossime elezioni la continuità con questa
stagione di serietà e buon governo riformatore». Firmato: Benedetto Della
Vedova, Gianluca Galletti, Linda Lanzillotta, organizzatori dell'incontro.
Tema: l'agenda Monti.
Non sarà Napoleone Bonaparte
(l'uomo del destino secondo George Bernard Shaw), ma l'attuale presidente del
Consiglio dei ministri, quasi dimissionario, è atteso alla "discesa in
campo" con una ansia ed un'enfasi tali da lasciare allibiti, degne solo
del messia annunciato dalla Bibbia. Ieri Pierferdinando Casini ha comunicato
alla stampa di aver incontrato Monti, il quale avrebbe già deciso: «Il suo
futuro è per il bene del Paese, ma aspetta a comunicare i suoi intendimenti la
fine della legislatura e lo scioglimento delle Camere». Meno male.
Dunque solo Mario Monti può
salvare il paese, essendo «l'unica scelta di serietà per l'Italia, mentre
dall'altra parte ci sono le buffonate del passato e le incognite di una
sinistra legata a forze estremiste» (sempre Casini, che si è auto assegnato il
ruolo di portavoce di Monti). Federatore dei moderati, propugnatore della sua
"agenda", invocato dai cattolici (dopo anni di inutili convegni a Todi e
dintorni) e acclamato nei palazzi di Bruxelles e Strasburgo, impegnato
direttamente in campagna elettorale oppure ispiratore dietro le quinte, a
leggere i giornali sembra che, di qualunque natura sia il suo prossimo impegno,
Monti abbia già vinto.
Se non altro perché ha indotto
l'intera classe politica e le più alte cariche istituzionali ad ammettere di
non essere capaci di fare quello che invece chiede a lui, è riuscito a farli
venir fuori in una esibizione di impotenza senza pari (e senza dignità) nella
storia politica di questo paese. Anche i suoi detrattori non alzano
eccessivamente la voce, mentre quelli che semplicemente lo temono, ma non
possono dirlo, provano, sibilando a mezza bocca, a coinvolgerlo ed arruolarlo
nelle loro file offrendogli un posto nel prossimo governo o a spedirlo sul
colle più alto, come dire fuori dai giochi di potere. Non pare bislacca la
domanda che si fanno molti, in queste ore: che andiamo a votare a fare se è già
deciso chi deve governare?
Resta il fatto che tanta speranza
riposta in un uomo solo al comando non è affatto rassicurante: non vorremmo
alla fine che - fatte le dovute proporzioni - invece dell'uomo del destino ci
ritrovassimo quello della provvidenza. In questo, abbiamo già dato.
Pubblicato ieri qui.

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