Giugno è storicamente il mese
delle parate dell'orgoglio omosessuale, o, per l'esattezza, lgbt: lesbian,
gay, bisexual e transgender (sigla alla quale le
associazioni hanno aggiunto una q e una i, che stanno per queer e intersex,
in un acronimo - lgbtqi - sempre più lungo).
Le statistiche e gli studi
periodici parlano di una realtà, a livello planetario, che va spesso a due
velocità e in direzioni diametralmente opposte. Se nell'Europa occidentale si
viaggia spediti verso l'effettiva uguaglianza e si intraprendono azioni per maturare
una cultura non più sfavorevole alle persone lgbt, in quella orientale si va
nella direzione opposta, soprattutto in Russia, dove la recrudescenza omofobica
ha raggiunto livelli di guardia: proprio in queste ore la Duma ha approvato
pressoché all'unanimità una legge che punisce con pesanti multe «la promozione
di orientamenti sessuali non tradizionali verso i minori di 18 anni», mentre
all'esterno la polizia arrestava militanti per i diritti degli omosessuali ma
lasciava campo libero alle aggressioni degli estremisti. In numerosi paesi
africani e asiatici, intanto, insistono le persecuzioni e - dove è prevista -
non si riesce nemmeno ad abolire la pena di morte. Le mappe nelle immagini, a
cura della Ilga, International Lesbian and Gay Association, mostrano
efficacemente la situazione in Europa ad oggi.
Mentre nei paesi più arretrati si
rischia la vita solo a parlare di omosessualità, in quelli più evoluti la
questione all'ordine del giorno riguarda il matrimonio e non più le
"semplici" unioni civili. L'Ilga ha rilasciato un report, lo State-Sponsored Homophobia report 2013, in cui sostiene che
«Il 2012 e il 2013 verranno ricordati come gli anni delle leggi sui matrimoni
dello stesso sesso». L'ultimo paese ad aver garantito l'accesso al matrimonio
egualitario è stato la Francia, mentre in Gran Bretagna si sta velocemente giungendo allo stesso
traguardo. Se la condizione delle persone omosessuali è uno dei markers più
efficaci del progresso civile di una nazione, il matrimonio gay è dunque la
punta più avanzata di questo progresso.
E mentre proprio la Gran Bretagna
guida già ora la classifica dei paesi più evoluti in tema di diritti civili e
uguaglianza dei cittadini lgbt, in Italia, denuncia l'Ilga in apertura del suo rapporto dedicato al nostro paese, «Gli unici passi
avanti sono rappresentati da decisioni giurisprudenziali più che da iniziative
legislative e ciò è dovuto soprattutto alla mancanza di volontà da parte della
classe politica di rispondere agli appelli della comunità LGBT ad aprire il
dibattito sul matrimonio egualitario o altri diritti. E' preoccupante il fatto
che l'Italia continua a presentare un alto livello di omofobia e transfobia che
si manifestano in modo violento».
Un dettaglio non trascurabile: un
altro degli indici del progresso civile di una nazione è la libertà di stampa;
o meglio, la libertà della stampa. E' notorio che l'Italia da
questo punto di vista è stata catalogata come paese "parzialmente
libero" da un rapporto diFreedom house del 2009. Le due cose -
diritti delle persone lgbt e libertà della stampa - sono connesse: l'omofobia è
puramente ideologica, e le ideologie trovano terreno fertile dove i media sono
fortemente influenzati (o succubi, se non proprio asserviti) da lobby e
"poteri forti", per questo le affermazioni grottesche e totalmente
infondate - e infatti non dimostrabili - che siamo abituati ad ascoltare da
politici ed esponenti religiosi possono avere grande risalto e persino
credibilità pseudo scientifica, dove i media danno un risalto sproporzionato a
qualsiasi affermazione - anche le più ovvie e inutili - delle gerarchie
ecclesiali (la religione è sempre stata sorgente e motore di questo tipo di
intolleranza), a maggior ragione se riguardano le persone lgbt. Non per niente
l'Aiart, Associazione italiana ascoltatori radio e televisione, fondata
dall'Azione cattolica, nel 2012 aveva lamentato che i media «facciano passare
nell'immaginario collettivo l'idea che le unioni omosessuali sono uguali al
matrimonio uomo-donna», mentre più di recente Luca Borgomeo, presidente
dell'associazione, ha affermato che «C'è stata, anche da parte dei media
italiani, un'eccessiva spettacolarizzazione del matrimonio gay in Francia. I
media raccontino piuttosto le storie di tante famiglie che ce la fanno nonostante
la crisi».
Ma qualcosa si sta muovendo anche
qui: in tredici anni, siamo passati dalle esibizioni di intolleranza
istituzionale (pragmatica quanto si vuole, per la necessità manifestata - da
chi qui ha il potere politico - di blandire ed assecondare sempre il clero
cattolico ma pur sempre intolleranza) di Giuliano Amato, allora presidente del
consiglio, soprannominato per l'occasione il "dottor purtroppo"
perché affermò che il gay Pride - nell'anno del Giubileo - non si poté impedire
perché «purtroppo c'è la Costituzione», al Pride nazionale di Palermo di
quest'anno. Dove per la prima volta saranno rappresentate le istituzioni al più
alto livello, cioè Governo e Parlamento, nelle persone del ministro per le pari
opportunità Josefa Idem e della presidente della Camera Laura Boldrini, che
parteciperanno alle manifestazioni collegate all'evento. Scatenando le
prevedibili polemiche. «Le istituzioni dello Stato hanno il dovere di
schierarsi in favore della difesa e della promozione dei diritti di tutti i cittadini»,
afferma il comitato promotore del Palermo pride (che
si svolgerà il 22 giugno, una settimana dopo quello di Roma, sabato 15 giugno),
«e di adoperarsi attivamente perché i diritti vengano garantiti da una
legislazione adeguata. Se le istituzioni vengono meno a questo dovere, violano
il mandato che hanno ricevuto dai cittadini. Di conseguenza, le polemiche non
solo sembrano strumentali, ma dimostrano il basso livello in cui i diritti
umani e civili, e persino il concetto stesso di civiltà e di rispetto delle
persone, siano considerati da chi ricopre cariche pubbliche elettive [...] I
diritti devono appartenere per definizione tutti, altrimenti si tratta di
privilegi: chi si dichiara contro la parità di diritti per tutti si schiera in
difesa del privilegio, e condanna il nostro Paese all'isolamento in relazione
ad un quadro internazionale ed europeo avanzato che l'Italia non può continuare
ad ignorare».
Siamo, è vero, in un quadro in
cui ora persino nel partito clericale per eccellenza, il Pdl, si sta
cominciando apertamente a parlare di unioni civili (mentre le proposte di legge
di contrasto all'omofobia restano nel cassetto). Non si parla ancora di
matrimonio, se non marginalmente, ma le aperture dei vari Bondi e Galan sono un
inedito. Una posizione che va oltre a quella del solito cardinal Bagnasco,
contrarissimo ad ogni regolamentazione delle unioni omoaffettive, per il quale
i diritti individuali sarebbero già garantiti dal codice civile.
Ma siamo anche in un paese dove i
diritti delle persone lgbt continuano ad essere una "questione" che
suscita dibattiti più o meno folcloristici ed inconcludenti, e le persone che
suscitano e sono oggetto di questo fiume di parole inutili sono stanche.
Stanche di stare sul vetrino del microscopio, di essere al centro del
complottismo omofobico, di elemosinare i diritti che tutti gli altri già hanno.
Non solo non possono sposarsi, ma subiscono discriminazioni e aggressioni a
scuola e sul lavoro, e spesso non possono nemmeno passeggiare mano nella mano
senza rischiare una aggressione. Quello che serve per raggiungere l'uguaglianza
è a costo zero e si può fare in un attimo: è ora che la politica torni da
questa parte del Tevere e si dia una mossa.
Già pubblicato qui.


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