martedì 16 luglio 2013

L'F35 tra realisti e figli dei fiori



Anche il Senato si è espresso a favore del programma Joint strike fighter, col voto della maggioranza di governo (quasi tutto il Pd, Pdl, Scelta civica): 202 si contro 55 no (Sel e M5s)  e 15 astenuti; il governo resta vincolato al voto del Parlamento per l'acquisto di ulteriori lotti del caccia. 
Adesso che la faccenda è conclusa, forse si può ragionare con calma e senza fare ideologia spiccia, propaganda da pacifisti a oltranza (qualcuno li chiamava "pacifinti"), quelli con la bandiera della pace appesa al balcone (o a foggia di giacca da esibire in Parlamento), che si indignano per gli F35 ma utilizzano quotidianamente tecnologia sviluppata per usi militari e poi utilizzata in ambito civile; come la stessa world wide web, ovvero quella internet attraverso la quale diffondono anche i loro messaggi peace and love da figli dei fiori; oppure i navigatori satellitari che hanno nelle loro automobili. O l’utilizzo di leghe leggere per gli aeromobili civili, che sono così più leggeri, economici e meno inquinanti. Altro problema è quello di certa stampa a dir poco conformista, che in questi giorni ha dimostrato di non saper distinguere tra una macchina da attacco e una da superiorità aerea, o cita l’Eurofighter Typhoon europeo (che non è alternativo al F35) mandando immagini del Boeing F15 americano. I media dovrebbero proporre informazioni corrette, sempre, e anche nel dettaglio.

E' vero, il Lockheed Martin F35 Lightning II (questo è il nome completo della macchina in questione) è una macchina costosa e imperfetta, come tutte le macchine che attingono a piene mani dall'innovazione tecnologica, specie se applicata per la prima volta in un determinato campo. Per questo il velivolo è in una fase di sviluppo e messa a punto che sarà mediamente più lunga di quella necessaria a macchine che utilizzano tecnologia convenzionale. Il progresso tecnologico passa anche attraverso decisioni "pioneristiche" di questo tipo, e pressoché in tutti i campi. Ne sa qualcosa Boeing, che col suo B787  (programma civile), primo aereo di linea prodotto quasi interamente in materiali compositi, sta avendo una valanga di problemi, che – sebbene non abbiano a che fare con la struttura portante - ne hanno ritardato la consegna ai clienti di ben tre anni, clienti che a più riprese hanno dovuto mettere a terra le loro macchine per il reiterarsi di quei problemi. Con relative grandi perdite finanziarie, per clienti e costruttore. Ultimo, il caso di un 787 della Ethiopian airlines, fermo a Londra, al quale un apparente corto circuito (indagini sono in corso) ha provocato un piccolo incendio nella cambusa. 

E' vero, ci sono altre priorità, il momento (in piena crisi economica e finanziaria) è poco propizio per investimenti di questa entità (ma c'è da sapere che la spesa per gli F35 è spalmata in più anni, perché i lotti di produzione sono più di uno e vanno finanziati uno per volta, non tutti insieme), ma obiettivamente c'è anche da considerare le ricadute in know how tecnologico a favore della nostra industria e, sebbene i numeri non siano ancora enormi, anche per l'occupazione. Da considerare anche che l'F35, essendo una macchina multi ruolo, sostituirà più di un tipo di aereo di quelli attualmente in linea con l'aviazione e la marina; macchine che - soprattutto nel campo dell'aviazione - più invecchiano più fanno diventare onerosi i costi di manutenzione e di gestione. Quindi, di fatto costituirà un risparmio nel lungo periodo.

Detto questo, il problema vero, che per la classica ipocrisia nazionale è passato solo sottotraccia nelle discussioni di questi mesi, è un altro, ed è di tipo social-esistenziale: come nazione, vogliamo ancora far parte di un'alleanza militare di nazioni?

Se si, allora dobbiamo sapere che questo comporta che ci assumiamo - come tutti gli altri partner - la nostra parte di responsabilità, che comprende anche il mantenimento di forze armate in grado di proteggere noi e, al bisogno, gli alleati. Come loro si impegnano a fare con noi. Inclusa la necessità di dotarsi di sistemi d'arma adeguati (che si chiamino F35 oppure no). 

Se no, allora dobbiamo avere il coraggio e la coerenza di chiedere lo smantellamento in blocco di tutte le forze armate, procedendo al disarmo unilaterale. Con tutte le conseguenze del caso, assumendosene tutta la responsabilità e - possibilmente - offrendo un'alternativa sia mai si presentasse la necessità di difendersi.  La Costituzione ripudia l'uso della guerra come soluzione per risolvere controversie, è vero, ma non dice che non dobbiamo difenderci se si presentasse la necessità. 
Mettere i fiori nei cannoni non serve a nulla.

Coraggio e coerenza, ecco quello che è mancato in questo dibattito. A nessuno piace la guerra, sia chiaro. Ma allora non dovremmo neanche nasconderci dietro un dito applicando una indignazione selettiva, sbandierata quando conviene, o anche solo superficiale: la dipendenza da tabacco e nicotina, ad esempio, uccide più di tutte le guerre, ma quanti ecologisti hanno il coraggio di chiedere  a gran voce lo smantellamento dell'industria del tabacco - con tutte le conseguenze del caso, l'embargo delle sigarette estere e la rinuncia da parte dello Stato agli introiti derivanti dalla vendita delle sigarette?

Inoltre, che ci piaccia o no, al di là dell'esistenza o meno di reali minacce per i nostri confini, quello militare è un comparto dell'economia reale che crea fatturato, occupazione e progresso tecnologico. E' un dato di fatto, non è un'opinione. 

In conclusione: si, si può (si poteva) rinunciare all'acquisto degli F35, alcune proposte alternative erano state fatte anche dalle associazioni di militari (come il differimento dell'acquisto al 2020), ma in attesa di improbabili rivoluzioni new age da “era dell’Acquario”, non si può rinunciare alla sostituzione delle macchine più vecchie attualmente in linea, sostituzione  che prima o poi sarebbe diventata improcrastinabile. Si poteva risparmiare qualcosa, ma in definitiva non così tanto come qualcuno vorrebbe far credere.


(aggiornato il 17 luglio alle ore 14,40)

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