Giuseppe "Pippo" Civati
dopo la sconfitta parla di un nuovo inizio: «E' nato un progetto», dice.
Il risultato delle primarie era
largamente prevedibile, va detto, ma c'è una cosa che ancora - pare - non è
stata ben compresa dai perdenti: restando dentro il Pd nessun «progetto» che
non sia quello liberal-centrista del vincitore sarà possibile; perché è sempre
stato impossibile spuntarla sulle gerarchie del partito. Quali che fossero.
Anche per questo tanti elettori delusi dal Pd e che rifiutano il Movimento 5
stelle, sempre più prigioniero dei deliri del padrone, non hanno trovato la
forza di votare per Civati.
Che fare, dunque, Pippo? Secondo
alcuni è chiaro: abbandonare quella struttura irriformabile che è il Pd, e dare
vita a quel «progetto» fuori. Evitando, possibilmente, l'ennesimo one-man
party, il partito che si regge sul carisma del leader, che ormai spopola
anche a sinistra (vedi Vendola e Ingroia) e che, con la vittoria di Matteo
Renzi, ha conquistato anche il grosso degli elettori del Pd, ultimo partito che
ne era immune. A maggior ragione se osserviamo i numeri di queste primarie, con
Renzi attorno al 70 per cento, cosa che dovrebbe far riflettere proprio Civati,
più che Cuperlo.
Se Civati saprà decidersi a
lasciare il Pd, continuando ad avere il coraggio di circondarsi di gente che ha
accettato finalmente di buttare nella spazzatura il ritratto del Che Guevara,
che non si saluta col pugno chiuso, che non considera scioperi e occupazioni
come delle iniziazioni tribali, sorta di passaggio all'età adulta, che ha il
coraggio di affrontare il cambiamento dei tempi (invece - ad esempio - della
guerra ideologica che fanno altri a sinistra coi "padroni"
sull'articolo 18, il quale, come il potere ecclesiale, ormai sopravvive quasi
solo da noi) senza rinunciare a tutelare le fasce meno protette della società,
insomma, che non considera imprescindibile tutto il repertorio dogmatico della
sinistra classica, allora avrà ragione di parlare di un nuovo «progetto».
Ma dovrà continuare a mettere al
centro i temi legati alla laicità, ai diritti civili, al diritto
all'autodeterminazione dei singoli, roba della quale nel Pd non frega niente a
nessuno, a torto. E dovrà rinunciare ad adulare i "cattolici" dei
quali, diciamocelo, si può e si deve tranquillamente fare a meno.
Perché non è affatto necessario
definirsi di "sinistra" (non citiamo Gaber perché sarebbe troppo
facile): abbandonare formule e categorie mentali morte nel secolo scorso
sarebbe una dimostrazione definitiva di coraggio e realismo, ché quello che
conta è la sostanza, il pragmatismo, non gli slogan ottocenteschi.
In questo momento l'unico che può
farlo, l'unico che ha un credito sufficiente presso quei delusi di
"sinistra" è lui. Ma non c'è molto tempo: qualcuno glielo dica.
Già pubblicato qui.

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